Monsignor Nogaro: pastore che ha imparato ed insegnato che "all’uomo non si guarda la tessera"



Rileggendo un’intervista degli anni ’90, segnalatami con fine sensibilità da una collega e che riprendo qui in alcuni passaggi accompagnandoli con qualche riflessione, ritrovo tutta la statura immensa di mons. Raffaele Nogaro: l’altra grande colonna del Sud, accanto a don Tonino.

 


[Fonte vivicampania.net]



Umberto Rosario Del Giudice

 

 

Senza paura, soprattutto senza paura dei poveri…

Una cara amica mi ha segnalato un’intervista degli anni ’90 in cui già traspariva, nel pieno del suo ministero, tutta la statura di mons. Nogaro, da poco morto. Una figura grande della Chiesa locale e dell’episcopato italiano che non ebbe paura di parlare sempre con parresia né ebbe paura di “sporcare la stola coi poveri”. La morte di monsignor Raffaele Nogaro, avvenuta a 92 anni, spero che non segni anche la fine di una stagione ecclesiale in cui alcuni pastori hanno scelto di abitare le periferie non come slogan, ma come carne viva. Per Caserta, per l’agro-aversano, per il Sud ferito e dimenticato, la sua voce ha rappresentato per decenni una forma di resistenza morale, una diga contro la rassegnazione, un richiamo ostinato alla dignità umana. Nogaro non è stato un amministratore, né un funzionario della fede ma un profeta e un dono sempre libero e spesso, purtroppo, considerato scomodo anche dalle gerarchie ecclesiastiche.

 

Un pastore di frontiera: dai confini dell’umanità al centro dei cuori

Nato a Gradisca nel 1933, ordinato sacerdote nel 1958, Nogaro fu chiamato da Giovanni Paolo II prima a Sessa Aurunca e poi, nel 1990, a Caserta. Qui trovò un territorio segnato da disoccupazione cronica, fabbriche che chiudevano, camorra allo sbando ma spietata, e migliaia di immigrati costretti al lavoro nero o alla manovalanza criminale. Non si limitò a osservare: scese in piazza, bussò alle porte dei prefetti, denunciò la Regione Campania, accusò la politica locale di collusione e inerzia.

Nell’intervista del 1997 a Una Città, realizzata da Carla Melazzini e Nicola Magliulo, emerge un uomo che non sopportava l’ingiustizia. Raccontava di ricevere ogni giorno operai licenziati, di ascoltare le loro lacrime, di vedere giovani costretti a scegliere tra lavoro nero e camorra. E denunciava senza esitazioni: “La nostra gente vive una precarietà economica spaventosa. Qui si fa strada solo la camorra, perché lo Stato non sa pianificare e l’imprenditore del Nord prende i fondi e scappa”.

Un vescovo che non temeva di dire nomi e cognomi e di contestare le responsabilità. Per questo molti lo consideravano un “pastore di frontiera”: non per retorica, ma perché stava esattamente dove la frontiera bruciava. Proprio però dai confini di Terra del lavoro, riuscì a fare breccia nei cuori. Un altro esempio di come la prassi ecclesiale diventa sempre più importante per la fede, propria e degli altri.

Nogaro non ha mai nascosto la sua “opzione preferenziale” per i poveri non come formula teologica “di liberazione”, ma come stile di vita e di fede. Visitava le prostitute, difendeva gli immigrati, celebrava funerali dignitosi per chi moriva solo.

Nell’intervista racconta

«Un ragazzo di 35 anni, sposato con famiglia, morto di Aids, era da venti giorni in obitorio; il Comune diceva di non avere soldi per poter fare le esequie, e all’obitorio non sapevano dove metterlo e chiedevano una soluzione. Era il sesto caso del genere cui cercavo di provvedere: per questi ragazzi facciamo i funerali solenni, due li abbiamo fatti in Duomo, altri in altre chiese, cerchiamo di rendere pubblica la cosa, di comperare il loculo, in modo che sia dignitosa, almeno in morte, la loro vita. L’ultimo di essi, il ragazzo morto di Aids, era un giovane della Costa d’Avorio: avevo domandato alla questura se potevo fare i funerali e di informare l’ambasciata e la famiglia. Loro dicono sempre di aver tentato, ma che non trovano mai nessuno. Invece, un giorno prima del funerale, arriva Lo Aliow, un rappresentante della comunità senegalese di Caserta che mi dice: " Noi vorremmo portarlo in patria perché abbiamo saputo che era musulmano e quindi ci pare più giusto fare un funerale con il rito della sua religione; se riusciamo a contattare la famiglia, a portare la bara e troviamo i soldi per tutto questo, lei ce lo dà?". "Certo, ma come fate? Si tratta di un importo di sei milioni e non è neanche del vostro paese!". Allora lui si mette a piangere e mi dice: "All’uomo non si guarda la tessera". Sentendo questo mi sono commosso e gli ho detto: "Ma tu sei un cristiano". E lui mi guarda e mi fa: "E tu sei un musulmano". Grazie allo slancio generoso della città abbiamo raccolto i soldi e l’abbiamo riportato in patria».

 

La camorra come “male assoluto”

Nogaro è stato il vero anti-Don Raffaè del noto testo di De Andrè. Non ha mai avuto esitazioni nel definire la camorra “male assoluto” e nel denunciare a viso aperto non solo i crimini ma anche le relazioni tra criminalità e politica. La “camorra” per lui non era un fenomeno folkloristico, non un destino antropologico, ma riconosce nella criminalità organizzata (sulla scia del Concilio Vaticano II) una “struttura di peccato” che si nutre di disperazione, povertà oltre che vivere di collusione politica. Per questo sostenne con forza la memoria di don Peppe Diana, il sacerdote ucciso nel 1994, che definiva “martire della libertà”. In un territorio dove la paura spesso paralizza, Nogaro ha rappresentato una “voce che non si piega”.

 

Un uomo di pace, non di quieto vivere

La sua non violenza non era passività. Era una scelta radicale. Raccontava del Kosovo, della riconciliazione praticata da un popolo ferito, e criticava una Chiesa troppo attenta ai Concordati e troppo poco alle vittime. Non risparmiava nessuno, nemmeno l’istituzione ecclesiale: denunciava il rischio di un Giubileo ridotto a turismo religioso, invocava la remissione del debito dei paesi poveri, chiedeva che le nunziature diventassero luoghi di pace e non solo di diplomazia.

Nogaro non si limitava al “rito giubilare” ma andava fino in fondo ribadendo che «anche per il Giubileo non possiamo fare il discorso tradizionale: andare a Roma, inginocchiarsi di fronte alle basiliche e pagare per avere le indulgenze. Ricreeremmo una situazione tale da richiedere l’intervento di un nuovo Lutero che denunci questo scandalo. Se il Giubileo deve essere un evento di liberazione per gli oppressi, di riedificazione dell’uomo colpito, di consolazione dei cuori, ebbene, invece di andare a Roma in 50 milioni, di fare solo tante strutture nuove, di concentrare l’attenzione sui due assi di turismo religioso, Roma-Firenze e Roma-Napoli, che per alcuni deve includere anche Caserta; invece di tutto questo, immaginate un Giubileo che fosse occasione per una messa in pratica del principio evangelico della restituzione dei beni, di una diversa relazione tra Nord e Sud del mondo».

Dunque, uomo di Chiesa profondamente evangelico e profondamente libero, come “tradizione” vuole!

 

“Don Tonino” e “Don Raffaè”: le due colonne

Mi piace pensare che ora mons. Nogaro si incontra con l’altra luce del Sud: don Tonino Bello. Non erano solo amici ma anche molto vicini per idee e posizioni. Mi vien voglia di chiamarlo “l’altro don Tonino”: ma farei un torno ad entrambi. Sicuramente e giustamente, facendo riferimento alle due figure qualcuno ha proposto lo schema di “Chiesa del grembiule”. Sono sicuramente due luci, due colonne dell’episcopato del Meridione.

La morte di mons. Nogaro non dev’essere la perdita della sua eredità. Il suo stile, quello di un cristianesimo che non teme la piazza, che non si vergogna delle lacrime, che non si inginocchia davanti al potere ma davanti ai poveri, deve rimanere e rafforzarsi.

Per questo, oggi, Caserta e tutti quelli che lo hanno conosciuto e seguito, lo piangono e lo ringraziano.

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