Dopo “Teologia e cristianesimo come religione”: una breve risposta ai primi commenti
Un breve confronto dopo i primi commenti al post precedente mi aiuta a sottolineare che tra Vetus Ordo e Novus Ordo vi è anche la trasformazione dell’autocomprensione ecclesiale operata dal Vaticano II: dal cristianesimo narrato come religio sacrale e gerarchica a quello vissuto come evento di rivelazione e partecipazione al mistero pasquale. Il tradizionalismo conserva una forma religiosa premoderna; il Novus Ordo esprime la fede come comunione. Questo passaggio implica una responsabilità decisiva per pastori e teologi.
Umberto
Rosario Del Giudice
Il mio precedente post è stato rilanciato da Andrea Grillo, che ringrazio. Ringrazio
anche per i commenti e le osservazioni che mi appaiono molto edificanti e
stringenti e mi aiutano ad approfondire la questione che ho sollevato nel mio
post precedente. D’altra parte a questo serve dialogare e scrivere!
Mi sembra, se
ho inteso bene, che i commenti colgano un punto essenziale: nel testo uso
“religione” in senso tecnico, non nel senso ordinario (e contemporaneo rispetto
agli studi comparativi, antropologici). Non intendo dire che il cristianesimo
“non usi” gli strumenti della “religione”, tantomeno che la dimensione
religiosa sia superata; anzi: la dimensione religiosa, intesa anche e
soprattutto come “dimensione e mentalità simbolica umana” è sempre più presente
nella contemporaneità e molto più di quanto si possa ammettere.
Ciò detto intendevo
descrivere la forma storica con cui la Chiesa, tra Trento e Vaticano I, ha
narrato se stessa: una forma sacrale, apologetica, difensiva, strutturata
gerarchicamente: in questo senso autoidentificandosi come “religio”. Sebbene
sia un uso stipulativo di “religio” credo anche che non appaia arbitrario: è
presente nella teologia del XX secolo e serve a mostrare la trasformazione
dell’autocomprensione ecclesiale operata dal Concilio Vaticano II, che, sulla
scia della buona teologia del Novecento, a tratti ma in modo deciso, ha
distinto la religione come forma storica e antropologica dalla rivelazione come
evento cristologico e ha voluto inquadrare la fede (e la Chiesa) in questa forma.
Il fatto, ad esempio, che nella Lumen gentium la Chiesa di Cristo non
sia immediatamente identificata con la Chiesa cattolica credo ne sia una
dimostrazione; come lo è il recupero della dimensione cristologica,
pneumatologica… della liturgia, e quindi di “partecipazione attiva nella
liturgia” in Sacrasanctum concilium… Credo che sia precisamente questa
distinzione che permetta di comprendere la trasformazione dell’autocomprensione
ecclesiale operata dal Vaticano II e la riforma liturgica come passaggio dalla “sacralità
separata” alla partecipazione all’evento del “mistero pasquale”. Qui si innesta
anche la relazione tra società dell’onore e società della dignità (che Grillo,
riprendendo anche Tylor, ha ben evidenziato in più passaggi e interventi negli
ultimi anni).
La coppia religio/revelatio,
dunque, non pretende di essere esaustiva: è un modello teologico che può essere
integrato da assi antropologici come società dell’onore/società della dignità,
che illuminano la trasformazione del soggetto moderno e la sua capacità di
partecipazione liturgica. È vero che nella storia si trovano forme di religio
liberale e forme di revelatio assolutistica (come la stessa forma
tradizionalista sta a ricordare): proprio per questo la mia tesi non è
dicotomica o idealista, ma storica, stando all’autocomprensione della Chiesa
cattolica. Il Vaticano II non sostituisce la completamente tutta la dimensione
della religio con quella della revelatio: ricolloca “pastoralmente”
la rivelazione al centro, e rilegge la dimensione religiosa come mediazione
antropologica, non come struttura sacrale chiusa. Questo passaggio “pastorale”
diventa dogmaticamente e ecclesiologicamente rilevante. È un passaggio decisivo.
In questo senso, l’inattualità del VO non dipende da un giudizio estetico o
disciplinare, ma dal fatto che custodisce una forma di cristianesimo pensata
come religione sacrale, mentre il Novus Ordo nasce anche dentro
la forma del cristianesimo come evento di rivelazione e partecipazione al
mistero di Cristo.
Fare del cristianesimo “solo” una “forma di religione” nella quale la fede è ridotta solo o quasi esclusivamente e principalmente a affettività religiosa, gerarchia ministeriale, sentimenti sacrali, spiritualità del dovere e della morale, che possa mantenere a sua volta una forma di “società pensata” più che “vissuta”, oggi non mi appare legata al cristianesimo così come pensato dal Concilio Vaticano II. Il passaggio definitivo da funzione religiosa del cristianesimo a immersione nell’evento cristologico, mi sembra un’eredità preziosa del Concilio Vaticano II. Certo anche "revelatio" può essere assolutizzato: ma per ora mi basta sottolineare che il Concilio ha aperto una riforma liturgica perché ha ripensato la fede. Mi sembra un dato "fondamentale". Distinguere "religio" come dimensione umana da "religio" come struttura ecclesiale mi sembra essenziale, con tutte le conseguenze derivanti. È anche su questo piano che si gioca la responsabilità ecclesiale dei pastori e dei teologi.
Ma sono
pronto e aperto ad ulteriori specificazioni, approfondimenti e rivalutazioni.

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