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Forma liturgica, tradizione conciliare e teologia

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  La riforma liturgica non è un’alternativa alla tradizione, ma la sua forma viva. Le resistenze al rito conciliare generano oggi derive settarie e ambiguità persino in ambiti gerarchici e accademici: serve un equilibrio spirituale capace di custodire comunione senza rifugi identitari né nostalgie paralizzanti.   Umberto R. Del Giudice   Porte chiuse alla Chiesa e finestre aperte solo sul chiostro: è l’immagine più eloquente di una spiritualità che si ripiega su di sé. A riproporre una riflessione sul tema è l’ultimo intervento di Andrea Grillo  (che con la consueta lucidità denuncia le ambiguità liturgiche ed ecclesiali del nostro tempo). Si tratta del post dal titolo  “ Un Abate immune dal Vaticano II. Sulla intervista a Dom Pateau ”, che mi offre l’occasione per riprendere alcuni nodi decisivi della riforma conciliare e della sua ricezione. È bene ricordarlo e ripeterlo: la riforma liturgica conciliare non ha introdotto un rito alternativo e staccat...

Tradizione o inerzia? Il potere delle parole e le parole del potere

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  I riti domestici rivelano ancora una volta il potere delle parole e le parole del potere. Il termine “capofamiglia”, apparso in questi giorni, è il segno di una Chiesa che fatica a rinnovarsi. Umberto R. Del Giudice   Il giorno di Pasqua è tradizione benedire le tavole con il ramo d’ulivo (della Domenica delle Palme) e l’acqua santa (della veglia Pasquale). In alcune comunità parrocchiali ricompare anche la distribuzione dell’immaginetta che nel retro riporta un breve sussidio pensato per la benedizione del pranzo pasquale. Fogli semplici, spesso stampati in fretta, che passano di mano in mano come un gesto tradizionale di familiarità e che, sebbene preparati con cura, riconducono ad un certo modo di vedere e di pensare le cose. In mezzo a formule rinnovate, immagini aggiornate e grafica moderna, sopravvive un termine che sembra arrivare da un’altra epoca. Colui (/colei?) che pronuncia la preghiera dovrebbe essere, secondo la didascalia “ capofamiglia ”.   Il ...

Il ritmo del Triduo liturgico e il suo dramma cerimoniale

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Il Triduo è spesso vissuto come un susseguirsi di riti slegati o come un accumulo di devozioni. Il suo ritmo, invece, ricompone il cammino della fede. Le varie anticipazioni, sovrapposizioni, abitudini, rivelano più le nostre ansie mascherate da devozione che il mistero celebrato. Il ritmo del Triduo non chiude le emozioni: le forma, le orienta, le restituisce alla fede possibile.  Cesar Legaspi (1917–1994),  Missa in Coena Domini (o L'Ultima Cena), Olio su tela.  Umberto Rosario Del Giudice   Il cristianesimo nasce da un evento. Non da un mito, non da un’idea. Nasce da un accadere, da un evento fondante (come Buddismo e Islam). L’evento ha un luogo, un tempo, dei testimoni. La tradizione lo chiama evento pasquale : un evento che si distende in tre momenti inseparabili: autodonazione , morte e resurrezione . Ma credo sia teologicamente fondato declinare questi tre momenti come atto personale del Cristo e non come azione impersonale: Cristo consegnato , Cristo...

"Dirò il tuo nome, e tu non scomparirai"

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In memoria dei ragazzi di Crans-Montana   Si è svolga oggi, venerdì 9 gennaio, a Montagny, la cerimonia di commemorazione della strage di Crans-Montana. Dei vari interventi riporto però questo testo scritto dalla tanatologa Alicia Noble Burnand (si può ascoltare al minuto 43"). Mi sembra un testo che cercherei di fare mio se fossi colpito in prima persona da una tragedia del genere. Un testo forte, letto da Olivia Seigne, che rimanda alla possibilità di esistere/resistere per essere il ricordo vivo; per essere esistenza dell ’ altro. È una responsabilità e una necessità da cui nessuno si può sottrarre: ma è, molto più, il segno di una vita che non si abbandona e non si arrende alla pazzia del nulla. Ognuno dal testo prenderà ciò che vuole: un testo che credo possa accompagnare anche le riflessioni di quanti devono offrire momenti di parola nelle commerazioni funebri. Un testo che esprime vicinanza a chi resta, realismo per i fatti, speranza per chi è morto. Riprendo il testo in f...

Monsignor Nogaro: pastore che ha imparato ed insegnato che "all’uomo non si guarda la tessera"

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Rileggendo un’intervist a degli anni ’90, segnalatami con fine sensibilità da una collega e che riprendo qui in alcuni passaggi accompagnandoli con qualche riflessione, ritrovo tutta la statura immensa di mons. Raffaele Nogaro: l’altra grande colonna del Sud, accanto a don Tonino.   [Fonte vivicampania.net] Umberto Rosario Del Giudice     Senza paura, soprattutto senza paura dei poveri… Una cara amica mi ha segnalato un’intervista degli anni ’90 in cui già traspariva, nel pieno del suo ministero, tutta la statura di mons. Nogaro, da poco morto. Una figura grande della Chiesa locale e dell’episcopato italiano che non ebbe paura di parlare sempre con parresia né ebbe paura di “sporcare la stola coi poveri”. La morte di monsignor Raffaele Nogaro , avvenuta a 92 anni, spero che non segni anche la fine di una stagione ecclesiale in cui alcuni pastori hanno scelto di abitare le periferie non come slogan, ma come carne viva. Per Caserta, per l’agro-aversano, per il ...

Distinguere “perdono” da “reintegrazione” per salvare “persone” e “ministerialità”

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  Dopo l’articolo a margine del caso Mottola di don Patriciello mi preme offrire una breve riflessione sulla necessità di distinguere “permesso” da “perdono”: una distinzione necessaria poiché la sovrapposizione delle due realtà può apparire solo come difesa “ontologica” del ministero mentre finisce per appiattire tanto la realtà della ministerialità quanto quella della penitenza. Umberto Rosario Del Giudice Il recente articolo di don Maurizio Patriciello su Avvenire , dedicato alla vicenda di don Michele Mottola e alle critiche rivolte al vescovo Angelo Spinillo, nasce da un sincero desiderio di difesa e di chiarezza. Proprio per questo merita attenzione. Tuttavia, alcune linee argomentative — pur animate da fraternità e dolore ecclesiale — rischiano di sovrapporre due piani che la tradizione della Chiesa ha sempre distinto: il perdono e la reintegrazione ministeriale. È su questa distinzione, oggi più che mai decisiva per la credibilità ecclesiale e per la tutela delle vittime, c...

Solo un uomo ci potrà salvare? Oltre le delusioni esistenzialiste, le illusioni ironiche e le prospettive teo-mitologiche tra filosofia e teologia

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    «Solo un Dio ci può salvare» o «Non siamo stati ancora salvati»: le due tesi contrapposte, che qui richiamo dal (secondo) Heidegger e da Sloterdijk, presentano entrambe la crisi della tecnica che non offre una salvezza reale. Da una parte l’impossibilità della salvezza trascendente e dall’altra antropotecniche dell’auto addomesticamento. Ma nuove vie continuamente si aprono se ci si rivolge ad una salvezza come “presenza” e “relazione”, ovvero come “incarnazione”. Umberto Rosario Del Giudice  1. La “salvezza” come “fede, speranza, conoscenza e carità” Tra il 1994 e il 1996, alcuni teologi, sotto la direzione di Bernard Sesboùé, pubblicarono la “ Histoire des dogmes ” (“Storia dei Dogmi”) in quattro volumi [1] . Ciascun testo, dedicato a epoche diverse, aveva nel sottotitolo un rimando alla “ salut ”, alla “salvezza” (I: Le Dieu du salut ; II: L’homme et son salut ; III: Les signes du salut; IV: La parole du salut ). Nell’approccio sistematico generale è...