Teologia e cristianesimo come “religione”. La riduzione religiosa e i riti del Vetus Ordo come custodia della Schale (scorza) davanti alle sfide contemporanee.
Appare necessario ripercorrere il passaggio con cui il cristianesimo, da “religione”, è diventato “evento di rivelazione”, evidenziando come questo cambiamento abbia trasformato la liturgia, la forma della fede e l’autocomprensione della Chiesa nel rapporto con la modernità. La mia tesi è che il Vetus Ordo custodisce la scorza religiosa premoderna, mentre il Novus Ordo esprime la fede come partecipazione viva al mistero di Cristo, e che questa differenza interpella oggi in modo diretto la responsabilità teologica ed ecclesiale. Qui si gioca non una partita tra “gusti”, ma la responsabilità dei pastori e dei teologi.
Umberto
Rosario Del Giudice
Mentre ad una breve ricerca è evidente che, accanto agli Istituti di Vita consacrata e Società di Vita apostolica annodate con le proprie Costituzioni ai riti del 1962, compaie una folta schiera di Associazioni private (con Statuti riconosciuti dalla competente autorità diocesana) o Associazioni pubbliche di diritto diocesano che rimandano alla “lotta contro la modernità”, si fa sempre più impellente la necessità di ribadire che il legame con il VO non è uno “sfizio neutro” ma il richiamo (ora non più legittimo dal punto di vista teologico) a strutture ecclesiali e mentali esclusivamente apologetiche e fedeli ad un certo mondo passato, incapaci di relazione col mondo contemporaneo e incapace di fedeltà alla Chiesa presente. Ma se si è incapaci di queste fedeltà all’uomo non si può essere fedeli alla presenza di Cristo. Il VO denuncia un cristianesimo pensato come “religione” mentre la Chiesa ha voluto ricondurlo genuinamente ed evangelicamente a quel che è: un “evento di rivelazione”. In questo modo, si è voluto mettere in luce come tale cambiamento incida sulla forma della fede, a partire dalla liturgia, sull’autocomprensione ecclesiale e sul rapporto con la modernità, fino a chiarire la tensione attuale tra Vetus Ordo e Novus Ordo. Il passaggio storico‑teologico dal pensare il cristianesimo come “religione” a pensarlo come “fede partecipata” ha trasformato la liturgia e l’autocomprensione della Chiesa, ridefinendo il modo cristiano di vivere la fede nella storia, mostrando come la riforma conciliare abbia ricondotto il cristianesimo al suo nucleo rivelativo. Provo di seguito a evidenziare la tesi fondamentale che qui si vuole condividere per la quale il Vetus Ordo custodisce la “scorza” religiosa premoderna e apologetica, mentre il Novus Ordo esprime il cristianesimo come rivelazione e partecipazione al mistero di Cristo. Ovviamente, questi paradigmi evocano la responsabilità ecclesiale dei teologi e dei pastori, di ciò che propongono e di ciò che insegnano in un contesto in cui la riduzione del cristianesimo a sola forma religiosa è uno dei pericoli più evidenti del cosiddetto “ritorno del sacro”.
1. Dal cristianesimo come “religione” alla rivelazione
Tra il
Concilio di Trento e il Concilio Vaticano II si consuma una trasformazione
silenziosa ma decisiva: il cristianesimo smette di percepirsi e di narrarsi
come “religione” e comincia a riconoscersi come “evento di rivelazione”, “atto
di fede”, “sequela di Cristo, “mistero di comunione”, “sacramento”. Questa
metamorfosi non è un semplice mutamento terminologico: è un cambiamento di
paradigma che investe la teologia, l’ecclesiologia, la liturgia, la percezione
della Chiesa nei confronti della cultura e della modernità. La distinzione
harnackiana tra Schale (scorza) e Kern (nucleo) qui ci viene in soccorso:
per secoli la Chiesa ha identificato il cristianesimo con quella che oggi ci
appare come la “scorza della forma della religione”; il Vaticano II ha tentato
di riportarlo, nel contesto storico e coi presupposti ecclesiologici e
culturali, al nucleo della fede in un senso più profondamente “cristologico”.
Nel XVI
secolo, nel pieno della crisi protestante, il Concilio di Trento parla del
cristianesimo come “religione” con naturalezza e frequenza. Nei documenti tridentini
la parola ricorre circa 18 volte, in espressioni come “religione cristiana”, “religione
cattolica”, “dogmi della religione”, “verità della religione”, “falsa religione”…
Il cristianesimo è definito come religione vera, dottrinale,
istituzionale, sacrale, in senso soprattutto apologetico ma anche radicale:
come se difendere la “vera religione” sarebbe stato “difendere il cristianesimo”
in una società dell’onore che aveva bisogno e prospettava quei tipi di vissuti.
In questa prospettiva anche il rito tridentino nasce dentro tale visione di “sacralità
ministeriale” con tutti i suoi orpelli, di separazione delle classi (ovvero dei
“generi”…) tra (i tanti) chierici e i laici: è la forma rituale di una
religione sacrale e chiusa, che custodisce la verità attraverso la separazione,
la distanza, l’ordine oggettivo voluto da Dio e custodita dal Re… La liturgia
pre‑1962 (il Vetus Ordo) è quel tipo di codice rituale che conserva questa percezione che nella
storia non è stata solo utile ma anche necessaria, ma ora appare come una “forma
liturgica” che custodisce la “scorza” (che tra l’altro non è più realizzabile)
di una società chiusa, dogmatica, ordinata in caste, moralistica, attenta alle
forme esterne intenta a “protegge la fede” attraverso le strutture cristallizzando
un vissuto premoderno e una visione fortemente e religiosamente gerarchizzata e
sistematicamente senza largo respiro del cristianesimo, incapace di comprendere
la fede come un cammino possibile per tutti e partecipato da tutti. Così, la
lingua latina diventa la lingua del mistero, la distanza tra ministri e
assemblea è strutturale, la partecipazione è prevalentemente assistiva. La
liturgia è la porta del sacro inteso come dimensione di alcuni perfetti e non porta
nel mistero della fede.
2. Dal Vaticano I al Vaticano II: la crisi della categoria “religione”
In questo
senso, il Concilio Vaticano I conserva il termine “religione”, ma ne riduce la
funzione. In Dei Filius la parola compare cinque volte (come religione
cristiana) e in Pastor Aeternus ricorre come “religione cattolica”
due volte e una come “religione cristiana”. Lentamente, il cristianesimo
non è più definito primariamente come religione ma come fede, rivelazione,
verità divina custodita dalla Chiesa. La categoria “religione”
sopravvive, ma non è più il centro dell’autocomprensione ecclesiale. È la
scorza che comincia a mostrare i suoi limiti.
Il salto
decisivo avviene nel Concilio Vaticano II. Nei quattro documenti principali la
parola “religione” appare sette volte e quasi mai per definire il
cristianesimo. In Dei Verbum compare una sola volta (DV 21), in forma
tecnica (“religione cristiana” come vita nutrita dalla Scrittura). In Lumen
gentium appare una sola volta (LG 11), nel contesto del sacerdozio comune (“culto
della religione cristiana”). In Sacrosanctum Concilium compare una sola
volta, ma solo come aggettivo (“cultura religiosa”, SC 19). In Gaudium et
spes ricorre quattro volte, ma solo una è riferita al cristianesimo (“contro
la religione cristiana”, GS 19), e sempre in contesto sociologico, non
teologico. Il cristianesimo non è più pensato come religione: è definito come rivelazione,
economia salvifica, alleanza, mistero, comunione, popolo
di Dio, corpo di Cristo, sacramento dell’unione con Dio e
dell’unità del genere umano, vocazione dell’uomo alla comunione con Dio.
La liturgia,
in questo nuovo paradigma, non è più la forma della religione cristiana, ma la
forma dell’atto di fede. Sacrosanctum Concilium insiste: la liturgia è
“azione sacra per eccellenza” (SC 7), ma non esaurisce la vita cristiana (SC
12): è fonte e culmine della fede, non porta del sacro. Il sacro non scompare,
ma viene ricollocato: non è più la distanza rituale che protegge la fede, ma la
“presenza di Cristo” che la genera. In questa dinamica si comprende la “riforma”
della liturgia: viene rimessa al centro (nel nucleo fondante della fede) la sequela
al Cristo “presente” e la partecipazione al suo mistero. Qui si comprende la
differenza tra Vetus Ordo e Novus Ordo. Il Vetus Ordo
custodisce la visione del cristianesimo come religione sacra: il sacro è
separazione, il rito è oggettivo, immutabile, garanzia. Il Novus Ordo
nasce invece dentro la visione del cristianesimo come rivelazione: il sacro è
relazione, la liturgia è evento della Parola e della Presenza, memoria del
mistero pasquale, assemblea convocata dallo Spirito. La Sacra scrittura diventa
struttura portante, la partecipazione è teologale, la fede si forma celebrando.
La liturgia non è più la scorza che protegge il nucleo: è il luogo in cui il
nucleo si manifesta.
3. Cultura moderna, fede e liturgia: il paradigma conciliare
Questo
cambiamento liturgico è inseparabile da un cambiamento culturale e, quindi, da
prospettive teologiche consequenziali rispetto al modo di pensare e di vivere
dell’uomo del XXI secolo. E mentre il paradigma preconciliare era e (forse) doveva
essere apologetico, difensivo, segnato da una visione della Chiesa contro il
mondo, il metodo storico‑critico, la valutazione delle scienze
umane (in parte guardate con diffidenza), sono elementi di quell’impianto col quale
il Vaticano II ha voluto pensare e proporre la fede. Accogliere la cultura come
luogo teologico, incoraggia i metodi scientifici, riconosce la storicità delle
forme, insomma, essere attenti ai “segni dei tempi” (col quale Cristo è
presente ai fedeli e nel mondo) apre la Chiesa alla cultura senza dissolvere la
fede nella visione mondana e moderna. Ciò che il Concilio ha fatto è ripensare
la “fede” nell’ambito del vissuto umano rendendola aperta a tutti, senza temere
la storia e i vissuti dei singoli: proprio come ha insegnato il Cristo dei Vangeli.
In questo contesto, la posizione dei tradizionalisti appare chiara: non desiderano semplicemente una forma rituale diversa, ma un cristianesimo che si pensi ancora come “vera religione”, che confonda la dimensione religiosa (la scorza) con il nucleo della fede. Non che il cristianesimo possa fare a meno della dimensione religiosa umana, ma se rimane ancorata a quel primo approccio non sarà capace di fedeltà evangelica. La questione, infatti, non è fedeltà al “si è fatto così in passato, quindi vale anche oggi” (argomento de validitate che non tiene conto di tante altre categorie) ma dell’autocomprensione della fede con fedeltà al Vangelo (inteso come gesti e parole di Cristo). In altre parole, la nuova comprensione evangelica non tradisce il Vangelo ma lo approfondisce in una dimensione più fedele, come sempre è avvenuto nella storia della Chiesa.
La fede si
fa più radicata nel mistero di Cristo, nell’esperienza della sua presenza,
della sua parola, della sua autodonazione che accompagna nell’oggi della
salvezza.
In questa
prospettiva, e come ben ha evidenziato il Movimento liturgico, la liturgia conduce
al nocciolo perché è antropologicamente necessaria alla gradualità della fede,
ma le sue forme dipendono dalla storia e dall’autocomprensione della fede
secondo le indicazioni della Chiesa e del Magistero.
4. Tradizionalismo, rivelazione e responsabilità ecclesiale
Ciò che i
tradizionalisti non accettano, e spesso non comprendono, è proprio questa
dinamica: da una parte devono ricordare che la liturgia, sebbene medi la fede, non
è pura dalla mediazione di una certa indole, di una certa visione, di una certa
dogmatica (e questo lo percepiscono a modo loro), dall’altra, la sua forma diventa anche rivelazione, fede
esperita e, quindi, patrimonio spirituale che guida le esperienze. Se il
cristianesimo di oggi (e il cattolicesimo) dovesse standardizzare le forme
rituali del VO si ingannerebbe di accompagnare la fede mentre, al contrario, produrrebbe solo la consegna all’illusione
di una “critica pura della fede”; ma i vissuti consegnerà loro il conto mentre
la Chiesa, col Concilio Vaticano II, ha consegnato loro già la patente della “scorza”.
Tra Trento e
Vaticano II, dunque, il cristianesimo passa dall’essere “religione pura e vera”
alla “partecipazione nella fede al mistero di Cristo”. Il Vetus Ordo
custodisce la prima percezione; il Novus Ordo esprime la seconda. Non
sono due gusti liturgici, ma due epoche teologiche, due esperienze, due teorie,
due modelli ora in netta contraddizione. Il cristianesimo non è più definito
dalla categoria di religione, ma dalla categoria di rivelazione: non è un
sistema sacro, ma l’irruzione di Dio nella storia; non è una struttura rituale,
ma l’atto di fede che nella celebrazione trova forma, voce e vita secondo un
vivere il Vangelo in modo coerente con le intenzioni dei Padri conciliari.
Avere la
presunzione di reimpostare il cristianesimo significa perdere l’opportunità di
capire che la fede si è “già purificata e rinnovata”. L’incapacità poi di “pensare”
con gli strumenti della critica moderna (dalla filosofia teoretica all’antropologia
teologica…) fa tutto il resto.
Sicuramente,
i colleghi teologi e i pastori hanno una enorme responsabilità: e ogni modello
evoca la responsabilità del proprio pensare e delle proprie azioni, per non rimanere incapaci e sterili.

Commenti
Posta un commento