“Cum chirotheca” e “sine chirotheca”: il guanto rovesciato della tradizione cattolica



Lo “scisma di luglio” appare come una separazione dal reale, dalla Chiesa e dal Padre di Gesù Cristo presente nella storia. L’attenzione a una liturgia cum chirotheca, protetta da un guanto teoretico, rischia di sottrarre alla comunità ecclesiale la responsabilità della mano nuda che tocca la realtà concreta, sine chirotheca.



Immagine: Chiroteca, paio - bottega bolognese (sec. XVIII)

Cfr. https://www.catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0800027953 


Umberto Rosario Del Giudice

 

Sulla faccenda dello “scisma di luglio” (per ora non saprei come consegnarlo alla storia in altro modo…) vi sono notevoli risvolti: questioni canoniche, contesti storici, vissuti cristiani, metodi spirituali, patrimonio ecclesiale, echi economico-finanziari…

Vari interventi hanno già ricostruito alcuni contorni di una faccenda tutta ecclesiale che non riguarda solo la prassi liturgica ma, evidentemente, l’autocomprensione della Chiesa stessa. È stato correttamente osservato che lo scisma del 2026 riveli quarant’anni di ambiguità verso il tradizionalismo, e che la distanza reale tra Roma ed Écône non è solo spaziale ma anche temporale (Andrea Grillo), che ad Écône è emersa una fede rigida, priva della postura evangelica (Fratel MichaelDavide Semeraro); che senza il Vaticano II la Chiesa smette di essere cattolica e diventa solo un museo (Luigi Mariano Guzzo).

Dunque, lo “scisma di luglio” ha riportato alla luce questioni non riducibili solo alla “questione liturgica” né esclusivamente canonico-disciplinare.

 

1. Chiesa “cum chirotheca” o “sine chirotheca

Le rubriche liturgiche dei rituali 1962 rievocano il guanto (in latino ecclesiale chiroteca). Nell’essere attenti a una liturgia col guanto (cum chiroteca, appunto) si rivela l’incapacità di toccare con mano la realtà in cui oggi la Chiesa vuole sussistere senza guanto (sine chiroteca). A me sembra che quella comunità che difende l’assetto liturgico, dottrinale, teoretico, sistematico preconciliare si riveli incapace di gestire se stessa nella realtà contingente: è una “chiesa cum chirotheca” perché teme “il mondo”. Una “chiesa sine chirotheca” è capace di toccare il mondo, di comprenderlo, di abitarlo, di guardare se stessa con la realtà. Una delle conseguenze del Concilio Vaticano II (CVII) è quella di non vedere la “Chiesa” e il “mondo” realtà contrapposte né confuse: la “Chiesa” (con tutto quello che per il CVII questo termine vuole indicare…) è “dentro il mondo”[1]. Insomma, il CVII ha scelto la mano nuda, “sine chiroteca”; è una Chiesa che tocca il mondo, è dentro il mondo, vede nel mondo tutta la bontà della creazione e dei segni salvifici dell’azione di Cristo presente col suo Spirito e ha imparato ha pensarsi con categorie più affidabili che proprio il mondo le ha offerto oltre le narrazioni mitologiche…

Forse il vero problema non è scegliere tra tradizione e modernità, ma decidere come la Chiesa vuole affrontare la realtà: cum chirotheca o sine chirotheca. E questa scelta i vescovi l’hanno già fatta, nel CVII appunto. Il CVII ha scelto la via della responsabilità e della necessità di confrontarsi con la storia, con la cultura, con la coscienza contemporanea, affrancandosi da posizioni non sostenibili e senza rinunciare alla fedeltà al depositum fidei. Ma questo significa (ancora) ripensare tutto dell’assetto ecclesiale non solo l’aspetto rituale (sebbene esso è e rimane “fondamentale”).

Qui si scopre però che il rimando alla liturgia del 1962 è, direi, solo l’apice e la fonte di una ambiguità generalizzata. Non è la riforma liturgica del CVII che non si accetta: dietro c’è l’incapacità –anche teorica– di ripensare con nuove categorie vari ambiti (sistematica, sacramentaria, ecclesiologia, spiritualità, antropologia, demonologia, concetto di “sacrificio”, quello di “peccato originale”, sistema di diritto canonico…); e questa è una ambiguità che non riguarda solo la Fraternità Sacerdotale di San Pio X (FSSPX) ma, come un fiume carsico, attraversa varie realtà e rimane nascosta anche sotto la facciata di una Chiesa conciliare.

 

2. Oltre il guanto liturgico: la questione è teologica

Oltre alla FSSPX vi sono altre comunità che ricorrono ai rituali dell’Ordo Vetus[2]. Alcune tra queste hanno Costituzioni o Statuti “riconosciuti” dall’autorità ecclesiale competente e, per questo, sono “di diritto pontificio”.

Ciò significa che la Chiesa (gerarchica) riconosce in quel diritto proprio che nulla osti affinché quelle norme conducano in un cammino cristiano non in contraddizione con la tradizione e quindi sicuro e lecito. In questo senso, La FSSPX e molte realtà carsiche del tradizionalismo cattolico –anche quelle pienamente riconosciute– continuano a leggere “il mondo” attraverso categorie derivate da magistero anteriore al CVII.

E questo è palese. In alcune costituzioni il sacerdozio ministeriale conserva tratti molto più vicini alla visione di una disparità di dignità tra i battezzati che ad una pari dignità come prospettata dal CVII[3]. Negli Statuti appare un rimando quasi inquietante: vi sarebbe esplicitamente la dichiarazione che «l’Institut a été fondé avec la tâche explicite de proposer une critique constructive et théologique de certaines réformes nées à partir du Concile Vatican II, critique qui vise à offrir à toute l’Eglise un regard neuf sur sa propre identité», ovvero, «l’Istituto è stato fondato con il compito esplicito di proporre una critica costruttiva e teologica di alcune riforme nate a partire dal Concilio Vaticano II, una critica che mira a offrire a tutta la Chiesa uno sguardo nuovo sulla propria identità»[4].

Inoltre, nelle Costituzioni della Società del Sacro Cuore – Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote (Società di vita apostolica di diritto pontificio) nell’ultimo capoverso dell’art. 2 si legge il rimando alla Pascendi dominici gregis (1907): «La Società del Sacro Cuore vuole ugualmente formare i propri membri in maniera che sappiano meglio riconoscere “il modo di pensare del mondo nel quale viviamo”, e gli “errori del modernismo”, che invadono tutti i settori, al fine di combatterli con maggior efficacia. Questi errori sono quelli che il papa Pio X chiamava già “un prodigioso ammasso di sofismi [...] in cui la religione trova la propria sentenza di morte”»[5].

Questo passaggio, fonte secondaria, per i membri di questa SVA è giuridicamente vincolante. Eppure, davanti a questo testo tutta la prospettiva del CVII rischia di scomparire o forse scompare del tutto.

Al di là della questione canonica (norma di fonte primaria o secondaria) è chiaro che l’una appare inficiare l’altra. Come si fa a far coesistere la visione conciliare di una “Chiesa nel mondo” con quella preconciliare di una “Chiesa che si sente attaccata dal mondo”? E non solo in senso metaforico ma in tutti gli aspetti e gli ambiti del pensiero cattolico…

A questo quadro si aggiunge un elemento non secondario, spesso taciuto ma assolutamente decisivo: le comunità del Vetus Ordo, soprattutto nel Canton Vallese, ricevono sostegno economico significativo da parte di gruppi e persone che temono il presente e il futuro. Il tradizionalismo liturgico diventa così non solo un fenomeno ecclesiale, ma anche un dispositivo identitario e, talvolta, politico: offre sicurezza simbolica a chi percepisce la modernità come minaccia. Non è un caso che sostenere Écône e Vouvry richieda cifre ingenti: la nostalgia diventa economia, e l’economia diventa alleanza culturale e politica (basti vedere cosa sta succedendo negli USA…). La liturgia antica viene finanziata non solo per motivi spirituali, ma perché appare come baluardo contro il cambiamento, trasformando la questione liturgica in una questione di potere, di identità e di paura del mondo. E se girano soldi (ricordate il “segui i soldi”?!...) la paura di una censura canonica si attenua e svanisce: diventa funzionale. In questo quadro politicoeconomico, la scomunica si rovescia e si trasforma in un segno di coraggio. Parodia assoluta della povertà degli anawim biblici! Qui appare non la fragilità che si affida a Dio ma la sicurezza economica che si permette di sfidare la Chiesa. Tanto cosa mai potrà succedere!? Forse vale la pena anche chiedersi perché molti soldi che sostengo ricerche di impostazione “vetera” non arrivano invece a progetti che sostengono le prospettive conciliari… la ricerca teologica, come ogni serio lavoro, costa…

 

3. Il guanto teologico: “Pascendi” e Concilio Vaticano II

La questione più profonda, dunque, non è il rito, ma il modo in cui la Chiesa interpreta il rapporto tra realtà e storia. Non è (solo) la liturgia a essere in questione, ma la coscienza storica della fede.

Dunque, la tensione si sta giocando da circa cinquant’anni e soprattutto in ambito accademico e non riguarda esclusivamente gli ambienti “tradizionalisti”. La tensione sta tra paradigma preconciliare e paradigma conciliare ed attraversa anche non esplicitamente e senza rimandi a Costituzioni e Statuti, università cattoliche, istituti religiosi, episcopati, teologi e pastori, seminari, parrocchie, gruppi… Quello che per alcuni è fonte giuridica secondaria per altri è fonte di spiritualità autentica. Uno scisma non dichiarato e per questo molto più pericoloso!

Una bella fetta di cattolicesimo (forse anche inconsapevolmente) continua a preferire il guanto concettuale dell’antimodernismo, che garantisce coerenza sistematica ma rischia di perdere il contatto con la complessità del reale. Un’altra parte sceglie la mano nuda di alcuni approcci appena abbozzati dal CVII e che non hanno ancora trovato del tutto sistematizzazioni condivise. Non che non ci siano teologie capaci di dire la fede e la Chiesa oggi: esse vivono in un contesto di continuo confronto e di complessità mai visto prima. Purtroppo, anche a causa della complessità, il confronto diretto con la storia, con la cultura, con la pluralità delle esperienze umane rimane del tutto sospetto in molti ambiti ecclesiali.

A questo si aggiunga che la narrazione pastorale spesso non ha raccolto quanto è stato sistematizzato in termini di profondità teologica proponendo o solo posizioni moralistiche o, nel migliore dei casi, soluzioni caritative.

Stiamo ancora là, tra Pascendi e CVII. Anzi, forse abbiamo anche fatto passi indietro… Gli errori elencati e commentati nella Pascendi [6] col tempo sono diventati, dopo oltre un secolo e grazie anche all’approccio del CVII, luoghi di confronto, di ricerca e di approfondimento della fede.

Qui non voglio (e non posso) allargare le varie questioni. Ma a chiunque, esperto o meno, nel riprendere l’elenco della Pascendi salta all’occhio che le posizioni risultano quanto meno “semplicistiche”. La questione non è “quale posizione sia vera”; ciò che nella Pascendi del 1907 sono definiti “errori” oggi sono “questioni” che il Magistero successivo ha riconosciuto e alle quali, grazie anche alla ricerca teologica, ha iniziato a dare risposte adeguate in un quadro di confronto e di sintesi.

Sebbene siamo fuori dal periodo della “manualistica” è altrettanto vero che la paura e il blocco teologico diffuso hanno ripreso i vecchi manuali per “sentirsi al sicuro”… In questo senso una spiritualità preconciliare diventa un dispositivo teologico che blocca ogni riflessione. Per questo temo che finché non viene chiarito o sviluppato il rapporto tra l’antimodernismo e ermeneutica del CVII le controversie (non solo quelle liturgiche) siano destinate a riemergere come sintomi di una malattia latente e radicale, uno scisma sintomatico.

Ciò che si può fare, e ciò che si deve fare, è continuare a lavorare affinché quelli che appaiono come “errori” siano sempre più posti come “questioni” da sviluppare a partire dalla filosofia teoretica, dalla teologia fondamentale, dalle questioni antropologiche, dall’applicazione del metodo storico-critico…

 

Conclusione: cum chirotheca o sine chirotheca?

Insomma, la Chiesa vuole affrontare la realtà cum chirotheca o sine chirotheca?

Se il guanto diventa un “dispositivo teologico” che ammanta l’autocomprensione della Chiesa, non solo non si fanno passi avanti: si danneggia la Chiesa stessa, perché diventa sempre più incapace di dirsi e, soprattutto, sempre più incapace di cogliere la presenza del suo Signore che l’accompagna nella storia di questo mondo.

Per lo Spirito di Cristo, il nostro vissuto concreto, fatto di spazio, luoghi, relazioni, diventa il suo stare come presenza: diventa segno dei tempi.

La Chiesa può percepire questi segni solo se sceglie di toccare la realtà sine chirotheca: senza il guanto delle sovrastrutture che la separano dal mondo. Una Chiesa cum chirotheca non percepisce la consistenza del reale e quindi non discerne i segni dei tempi; una Chiesa sine chirotheca, invece, li riconosce proprio perché li tocca, li abita, li amministra. È così che lo Spirito di Cristo trasforma la storia in luogo della sua presenza.

Io so che la Chiesa ha scelto di toccare la realtà con mano e vivere sine chirotheca, con tutto quello che questo comporta.

Quello che ora appare come “scisma di luglio” non è altro che il sintomo più evidente di questa scelta tra mano nuda e mano guantata.

E, a me pare, i guanti li indossano coloro che sono incapaci di approcci complessi, di sintesi accurata e contemplazione della presenza dello Spirito di Cristo nella storia.



[1] Magistrale il passaggio di LG n. 8 per il quale «questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come società, sussiste nella Chiesa cattolica»; passaggio da cui si comprende, insieme al contesto, che la Chiesa cattolica né si identifica con “tutta la Chiesa” né è fuori dal “mondo”.

[2] Gli Istituti e le Società di Vita Apostolica (SVA) che fanno uso stabile dei libri liturgici del 1962 e che sono stati canonicamente eretti o riconosciuti dalla Santa Sede includono: Fraternità Sacerdotale San Pietro (Società di Vita Apostolica di diritto pontificio, eretta nel 1988 dall’allora Pontificia Commissione Ecclesia Dei, con facoltà esplicita di celebrare secondo i libri liturgici del 1962); Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote (Istituto di diritto pontificio, eretto nel 1990, che utilizza stabilmente il Messale del 1962); Istituto del Buon Pastore (Società di Vita Apostolica di diritto pontificio, eretta nel 2006 dalla Santa Sede, con uso proprio e stabile del Messale del 1962); altre comunità erette nell’ambito del motu proprio Ecclesia Dei adflicta, tra cui alcune realtà monastiche e canoniche che hanno ottenuto l’approvazione dei rispettivi Statuti da parte della Pontificia Commissione Ecclesia Dei e, successivamente, dai Dicasteri competenti.

[3] Si vedano ad esempio le Costituzioni della Fraternità Sacerdotale San Pietro che rimandano immediatamente a Pio XII, Menti nostrae, 23 settembre 1950, in AAS 42 (1950). È chiaro che il rimando a questa esortazione sminuisce quanto è stato elaborato secondo l’approccio del CVII. Cfr. URL: https://fssp.it/estratto-costituzioni-fssp/

[6] Errori filosofici (agnosticismo, immanentismo, ateismo storico, relativismo…), errori cristologici (Cristo troppo uomo, storicità della rivelazione, identificazione tout court tra Cristo della fede e Cristo della storia, critica storica), errori sistematici (rivelazione soggettiva, dogma dinamico, simbolismo religioso), errori sulla tradizione (tradizione come evoluzione vitale, distruzione della continuità), errori sulla Chiesa e sull’autorità (autorità condivisa, magistero come unico interprete dell’esperienza, separazione Stato-Chiesa), errori sui sacramenti e sul culto (sacramenti non istituiti da Cristo, culto come simbolo, negazione della permanenza sacramentale), errori dello storico (critica storica , evoluzionismo dei testi, separazione fede/storia, apologetica soggettiva).


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