Pentecoste, irruzione e non istituzione: necessaria rilettura di Gv 20
Com'è possibile scambiare il "dono di Dio" con un atto istituzionale? Eppure il rischio di un riduzionismo giuridico-fondamentale è sempre dietro l'angolo del Cenacolo!
Jean Restout, Pentecôte, 1732, Olio su tela, 465 x 778, Louvre, Parigi
Umberto Rosario Del Giudice
Tra le pericopi offerte in questi giorni, quella della Domenica di Pentecoste dell’anno liturgico corrente (Anno A), offre la scena del “Risorto che appare ai discepoli la sera di Pasqua” (Gv 20,19‑23) e, subito dopo aver donato lo Spirito, consegnerebbe loro il “potere di rimettere i peccati”.
Tale passo è spesso interpretato come il momento in
cui Gesù conferisce un potere riducendo il dono dello Spirito al “rimettere i
peccati”. Ma proprio questa lettura svela la povertà e la pochezza di una interpretazione
“istituzionalistica” e, direi, legalistico-giuridica del dono dello Spirito. Come
si fa a associare il “dono di Dio che dona se stesso” a un “potere
istituzionale e giuridico”? e come può essere giustificato il “Dono” con la “sola”
remissione penitenziale e sacramentale dei “peccati”?
Una giusta interpretazione è data dalla doppia rilettura
sia dell’intero Vangelo secondo Giovanni sia del formulario liturgico di oggi. Se
è vero che il primo (il Vangelo) che offre non solo un preciso programma
narrativo ma anche il “senso” di quel “rimettere”, il secondo ridona il contesto
ecclesiale in cui quella pericope è stata letta e va interpretata.
Il “potere di rimettere i peccati”?
Giovanni 20 è il culmine di un percorso che già ha
presentato quale siano le caratteristiche e le qualità del “dono” che non è
finalizzato al “perdono” ma alla comunicazione della “vita nuova”, quella
stessa vita che il Vangelo ha progressivamente annunciato come dono del Figlio.
La “remissione dei peccati” è frutto di questa nuova vita e non la sua ragione
d’essere o il suo peculiare fondamento. D’altra parte, quel “dono” come “remissione”
va letto in continuità (a mo’ di inclusione) con una delle prime manifestazioni
di Gesù: il battesimo. Questo evento è in continuità non tanto col “perdono” in
sé (ovvero il battesimo secondo Giovanni) ma con la vita nuova (la figliolanza
di Gesù ora partecipata a tutti).
Vi è dunque una progressione nella narrazione giovannea
che “svela” la pneumatologica sottesa. Il Vangelo secondo Giovanni costruisce
una vera “drammaturgia dello Spirito”. All’inizio, lo Spirito “discende e
rimane” su Gesù (1,32‑34), rivelandolo come Messia. A Nicodemo Gesù parla di
una nascita “dall’alto”, “da acqua e Spirito” (3,3‑9) e svela lo Spirito come “rigenerazione”.
Alla Samaritana rivela che il vero culto è “in Spirito e verità” (4,23‑24). Nel
discorso sul pane della vita è detto che “è lo Spirito che dà la vita” (6,63).
Alla festa delle Capanne promette “fiumi di acqua viva” (7,37‑39). Nei discorsi
di addio (Gv 14–16) lo Spirito è Paraclito, maestro interiore, memoria
vivente del Figlio, guida alla verità. E infine, sulla croce, Gesù “consegna lo
Spirito” (19,30). Insomma, tutto quello che è rigenerazione, verità,
escatologia, memoria interiore, nuova creazione, tutto questo è, senza che ne
completi le qualità e ne saturi gli orizzonti, il Dono dello Spirito. Dunque, il
quarto Vangelo prepara il lettore a comprendere lo Spirito come “vita”, non potere
ecclesiale o strumento giuridico.
Il Risorto “soffia” sui discepoli (20,22), Giovanni usa il verbo di Gen 2,7 per indicare “atto creatore”. La scena, dunque, non istituisce un potere, ma narra la “nascita dell’umanità nuova” nella figliolanza divina partecipata dallo stesso Risorto. Il “rimettere i peccati” è in relazione con la “nuova vita” inaugurata col battesimo di Gesù e implementata e perfezionata col Risorto (e con il suo donare la vita come nuova creazione). Non vi è relazione immediata tra dono dello Spirito, istituzione del potere ecclesiale e penitenza. Soprattutto la “remissione dei peccati” è in relazione alla offerta della “nuova vita”, non ad un potere.
Le letture del giorno come contesto
Se tutto quanto sopra riportato non dovesse bastare viene
in aiuto il contesto del Lezionario stesso.
Nelle letture della Domenica lo “Spirito” non è
presentato come potere di assolvere, ma come energia creatrice che genera vita
nuova, comunione e rinnovamento. In Atti 2 lo Spirito irrompe come vento, fuoco
e parola; il Salmo 103 canta lo Spirito che “crea” e “rinnova la terra”; Paolo descrive
lo Spirito come principio di unità e diversità armonica, sorgente di carismi.
Tutto converge nel presentare lo Spirito come “vita” (non come potere che
giudica).
Il contesto liturgico
Altro passaggio decisivo è la tradizione liturgica (in
cui il testo è presentato alla comunità che reinterpreta a partire da se stessa
il testo…).
Il Formulario (dall’Antifona di ingresso alla oratio
post communio) offre un quadro teologico preciso: lo Spirito è “presenza
che riempie, rinnova e vivifica”, un “respiro cosmico e interiore” (Antifona
d’ingresso); lo Spirito è forza che santifica la Chiesa, diffonde i suoi doni e
rinnova i prodigi delle origini, è nuova creazione (Colletta). Lo Spirito
“rivela il mistero” e “apre alla verità tutta intera” (super oblata). Il dono
dello Spirito poi è pienezza, testimonianza, salvezza come vita che cresce (Antifona
alla comunione e Post communio). In nessun punto il Formulario collega il dono
dello Spirito al perdono come scopo primario. La liturgia reinterpreta la
Pentecoste come effusione di vita, luce, unità, rivelazione, comunione. Non vi
è il minimo accenno ad un’istituzione di un potere…
Oltre e prima ogni interpretazione istituzionale
Eppure qualche interpretazione (anche tra gli spunti omiletici)
subisce inspiegabilmente il fascino della retorica della “istituzione del
potere”.
In realtà, il “potere” non è dato come strumento istituzionale
ma come effetto della vita nuova nello Spirito, come possibilità di “mettere
dentro” questa “nuova vita”, comunicarla, diffonderla, allargarla,
testimoniarla, farla espandere…

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