Musica sacra o musica per l’azione liturgica?

 


 


Organo come strumento privilegiato per la liturgia? Basterebbe questa affermazione per ricordare che il dibattito sulla “musica sacra” (se così la si vuole chiamare) non può essere messo a tacere. Anzi, ritorna prepotentemente perché legato all’indole stessa dell’azione liturgica. Non servono gerarchie rigide, ma musica, canto e strumenti che stiano dentro la lode e la preghiera dell’assemblea. Serve un’assemblea che canti, suoni e danzi.

 


 Concerto Corale di MaxScholz (18551906), olio su tela


Umberto R. Del Giudice

 

Quando leggo articoli sull’arte sacra o sulla musica sacra son preso quasi sempre da sussulti. L’articolo apparso su Avvenire, Perché non tutta la musica suonata in Chiesa è sacra, non è da meno. Tra alcune idee “buone” vi sono altre che, radicalizzate anche tra alcuni giovani preti e alcuni musicisti “apologeti”, non aiutano né il confronto né la ricerca. In particolare, vorrei mettere in luce tre punti su cui la posizione dell’intervistato mi sembra “peccare”, soprattutto se confrontata con la Sacrosanctum Concilium.

 

 

1. Grande onore per l’organo ma senza renderlo “insostituibile”

L’intervistato afferma che gli altri strumenti possono essere aggiunti, ma mai sostituire l’organo. Questa posizione è molto più rigida di quanto afferma lo stesso Concilio. La Sacrosanctum Concilium riconosce l’organo come strumento da tenere “in grande onore”, ma non lo dichiara insostituibile né esclude altri strumenti; anzi, li ammette esplicitamente purché adatti al culto (SC 120). Cosa significa “adatti al culto” se non che possano aiutare l’azione liturgica? E c’è uno strumento davvero che non possa aiutare il culto?

È vero che la cosiddetta “musica colta” ha spesso richiesto l’uso di strumenti non convenzionali (dalla macchina da scrivere alla macchina del vento, dal cilindro rotante alla lamina del tuono, dall’incudine al seghetto, fino al celebre colpo di pistola richiesto da Strauss e da altri compositori). Ma tutto questo appartiene a una “musica” (e ad un’arte) che nulla ha a che fare con la musica per la liturgia. Personalmente, non riuscirei certo a immaginare la “Cavalcata delle Valchirie” o qualsiasi altra pagina (sincopata) wagneriana (pur priva di strumenti eccentrici) come musica adatta all’azione liturgica.

L’articolo, invece, introduce una gerarchia troppo netta tra strumenti frutto di “un’epoca” liturgica piuttosto che riflessione liturgica. D’altra parte (e lo cantiamo in questa domenica) siamo chiamati a “Lodate il Signore con la cetra, / con l’arpa a dieci corde a lui cantate” (Sal 33, 2). Dunque, l’affermazione circa la “preminenza dell’organo” non è sostenuta né dal magistero recente né dalle fonti bibliche e rimane una dichiarazione di parte.

 

2. Mancata distinzione tra arte, arte religiosa e arte sacra (per il culto)

L’intervistato parla di “musica sacra” come musica “pensata per la liturgia”.

Qui bisogna accennare ad una differenza (triplice) e a una esigenza.

La differenza è sostenuta dal dettato conciliare che ricorda come le arti possano essere distinte in “belle arti”, “arte religiosa” e “arte sacra” (SC 122). Esse si distinguono per il fine (ricorda il Concilio): perché indirizzano “religiosamente le menti degli uomini a Dio” sebbene in contesti diversi.

Secondo queste indicazioni, la musica di per sé può indirizzare “la mente a Dio”, come la letteratura, la poesia, la scultura, l’architettura…; ma la musica diventa “religiosa” quando l’oggetto è religioso (un crocifisso, un presepe, una rappresentazione della Trinità…) e diventa “sacra” non per il suo eccezionale rapporto col “sacro” ma perché il suo fine (indirizzare le menti) è parte dell’azione rituale. Qui allora un ulteriore differenza: l’arte sacra è quanto ha una finalità di culto ma può essere (e va distinta) dall’arte sacra per la liturgia . Tant’è che al n. 112 SC ricorda che «la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all'azione liturgica». È dunque l’azione liturgica a guidare i principi della “musica sacra”, non viceversa.

A chi legge, appare invece che l’articolo appiattisca le varie categorie, riducendo la musica sacra (e l’arte sacra) alla sola intenzione musicale e allo strumento dell’organo. Al contrario, il Concilio offre una visione ben più ampia e articolata. Questa era l’intenzione dei padri.

 

 

3. Opposizione tra “pensare la musica” e “fare musica”: una dicotomia fuorviante

L’intervistato contrappone il “pensare la musica” al “fare musica”, come se la musica liturgica dovesse essere prima di tutto un concetto teologico e solo dopo un atto artistico.

Ma la Sacrosanctum Concilium non oppone mai le due dimensioni: chiede musica vera, cioè artisticamente valida (SC 112) e chiede musica “liturgica”, cioè integrata al rito (SC 112, 121). Il Concilio non separa mai l’atto creativo dall’atto celebrativo: la musica liturgica è arte che diventa rito, non teoria contro e prima della prassi. L’articolo, invece, rischia di irrigidire questa relazione, come se la qualità artistica fosse sospetta o secondaria.

Da tutto questo si comprende che non è la musica ad essere pensata per la liturgica, ma è l’azione rituale a dover guidare la composizione musicale. Culto, assemblea, preghiera, liturgia sono i presupposti dello spartito (e della improvvisazione); non viceversa. I silenzi, i tempi, l’assemblea che si rivela pronta per continuare il canto o pronta per danzare, o anche per zittire, questi sono i presupposti per una “musica” nella liturgia. E non si sono strumenti che tengano.


4. Come e perché si canta e si suona

L’articolo di Avvenire contiene intuizioni utili, ma su questi tre punti mostra una lettura parziale e talvolta più restrittiva della Sacrosanctum ConciliumIl Concilio resta più equilibrato: valorizza l’organo senza assolutizzarlo, distingue i livelli dell’arte, e non oppone mai pensiero e prassi musicale; anzi: chiede che la prassi (il culto) guidi l’arte affinché questa sia di supporto alle dinamiche performative del rito.

Eppoi (considero a bassa voce da chitarrista classico che anima la liturgia e che ha animato liturgie con vari strumentisti non organisti), quanto gli strumenti accompagnano, supportano e contribuiscono l’azione dell’assemblea sono sempre da “tenere in gran conto”. Non cosa si suona, ma come e perché si suona.

Non è raro “sentire un concerto d’organo” durante una “messa”… e questo svilisce il bel concerto (che va ascoltato e va seguito “fuori l’azione liturgica”) e riduce ancora una volta la “partecipazione attiva” nell’azione rituale alla passività “davanti” alla liturgia che “si fa”. Musicisti, cantori, maestri, compositori, o stanno “dentro” l’assemblea, nelle sue emozioni, nelle sue dinamiche, o si sentiranno “sopra” essa, riducendo l’azione liturgica ad un ulteriore spettacolo musicale; magari “bello”, ma non liturgicamente performativo… non “sacro”.
La questione non è “quale strumento o cosa suonare”, ma quale azione liturgica accompagnare. Per questo accade che anche un 
“organo” può risultare del tutto “profano” e un “coro” del tutto estraneo allAssemblea e fuori lazione liturgica. Non è più sostenibile cantarsela e suonarsela da soli come se lAssemblea non avesse la sua personalità liturgica. Quella e soprattutto quella va formata. Altrimenti ritorniamo all’idea di bellezza rinascimentale... E non ce lo possiamo permettere.

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