Musica sacra o musica per l’azione liturgica?
Organo come strumento privilegiato per la liturgia? Basterebbe questa affermazione per ricordare che il dibattito sulla “musica sacra” (se così la si vuole chiamare) non può essere messo a tacere. Anzi, ritorna prepotentemente perché legato all’indole stessa dell’azione liturgica. Non servono gerarchie rigide, ma musica, canto e strumenti che stiano dentro la lode e la preghiera dell’assemblea. Serve un’assemblea che canti, suoni e danzi.
Umberto R. Del Giudice
Quando leggo
articoli sull’arte sacra o sulla musica sacra son preso quasi sempre da
sussulti. L’articolo apparso su Avvenire, Perché non tutta la musica suonata in
Chiesa è sacra, non
è da meno. Tra alcune idee “buone” vi sono altre che, radicalizzate anche tra
alcuni giovani preti e alcuni musicisti “apologeti”, non aiutano né il
confronto né la ricerca. In particolare, vorrei mettere in luce tre punti su
cui la posizione dell’intervistato mi sembra “peccare”, soprattutto se
confrontata con la Sacrosanctum Concilium.
1. Grande onore per l’organo ma senza renderlo “insostituibile”
L’intervistato
afferma che gli altri strumenti possono essere aggiunti, ma mai sostituire
l’organo. Questa posizione è molto più rigida di quanto afferma lo stesso Concilio.
La Sacrosanctum Concilium riconosce l’organo come strumento da tenere “in
grande onore”, ma non lo dichiara insostituibile né esclude altri strumenti;
anzi, li ammette esplicitamente purché adatti al culto (SC 120). Cosa significa
“adatti al culto” se non che possano aiutare l’azione liturgica? E c’è uno
strumento davvero che non possa aiutare il culto?
È vero che
la cosiddetta “musica colta” ha spesso richiesto l’uso di strumenti non
convenzionali (dalla macchina da scrivere alla macchina del vento, dal cilindro
rotante alla lamina del tuono, dall’incudine al seghetto, fino al celebre colpo
di pistola richiesto da Strauss e da altri compositori). Ma tutto questo
appartiene a una “musica” (e ad un’arte) che nulla ha a che fare con la musica
per la liturgia. Personalmente, non riuscirei certo a immaginare la “Cavalcata
delle Valchirie” o qualsiasi altra pagina (sincopata) wagneriana (pur priva di
strumenti eccentrici) come musica adatta all’azione liturgica.
L’articolo,
invece, introduce una gerarchia troppo netta tra strumenti frutto di “un’epoca”
liturgica piuttosto che riflessione liturgica. D’altra parte (e lo cantiamo in
questa domenica) siamo chiamati a “Lodate il Signore con la cetra, / con l’arpa
a dieci corde a lui cantate” (Sal 33, 2). Dunque, l’affermazione circa la
“preminenza dell’organo” non è sostenuta né dal magistero recente né dalle
fonti bibliche e rimane una dichiarazione di parte.
2. Mancata distinzione tra arte, arte religiosa e arte sacra (per il culto)
L’intervistato
parla di “musica sacra” come musica “pensata per la liturgia”.
Qui bisogna
accennare ad una differenza (triplice) e a una esigenza.
La
differenza è sostenuta dal dettato conciliare che ricorda come le arti possano
essere distinte in “belle arti”, “arte religiosa” e “arte sacra” (SC 122). Esse
si distinguono per il fine (ricorda il Concilio): perché indirizzano “religiosamente
le menti degli uomini a Dio” sebbene in contesti diversi.
Secondo
queste indicazioni, la musica di per sé può indirizzare “la mente a Dio”, come
la letteratura, la poesia, la scultura, l’architettura…; ma la musica diventa
“religiosa” quando l’oggetto è religioso (un crocifisso, un presepe,
una rappresentazione della Trinità…) e diventa “sacra” non per il suo
eccezionale rapporto col “sacro” ma perché il suo fine (indirizzare le menti) è
parte dell’azione rituale. Qui allora un ulteriore differenza: l’arte sacra è
quanto ha una finalità di culto ma può essere (e va distinta) dall’arte sacra
per la liturgia . Tant’è che al n. 112 SC ricorda che «la musica sacra sarà
tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all'azione liturgica». È
dunque l’azione liturgica a guidare i principi della “musica sacra”, non
viceversa.
A chi legge,
appare invece che l’articolo appiattisca le varie categorie, riducendo la
musica sacra (e l’arte sacra) alla sola intenzione musicale e allo strumento
dell’organo. Al contrario, il Concilio offre una visione ben più ampia e
articolata. Questa era l’intenzione dei padri.
3. Opposizione tra “pensare la musica” e “fare musica”: una dicotomia
fuorviante
L’intervistato
contrappone il “pensare la musica” al “fare musica”, come se la musica
liturgica dovesse essere prima di tutto un concetto teologico e solo dopo un
atto artistico.
Ma la
Sacrosanctum Concilium non oppone mai le due dimensioni: chiede musica vera,
cioè artisticamente valida (SC 112) e chiede musica “liturgica”, cioè integrata
al rito (SC 112, 121). Il Concilio non separa mai l’atto creativo dall’atto
celebrativo: la musica liturgica è arte che diventa rito, non teoria contro e
prima della prassi. L’articolo, invece, rischia di irrigidire questa relazione,
come se la qualità artistica fosse sospetta o secondaria.
Da tutto
questo si comprende che non è la musica ad essere pensata per la liturgica, ma
è l’azione rituale a dover guidare la composizione musicale. Culto, assemblea,
preghiera, liturgia sono i presupposti dello spartito (e della
improvvisazione); non viceversa. I silenzi, i tempi, l’assemblea che si rivela
pronta per continuare il canto o pronta per danzare, o anche per zittire,
questi sono i presupposti per una “musica” nella liturgia. E non si sono
strumenti che tengano.
4. Come e perché si canta e si suona
L’articolo di Avvenire contiene intuizioni utili, ma su questi tre punti mostra una lettura parziale e talvolta più restrittiva della Sacrosanctum Concilium. Il Concilio resta più equilibrato: valorizza l’organo senza assolutizzarlo, distingue i livelli dell’arte, e non oppone mai pensiero e prassi musicale; anzi: chiede che la prassi (il culto) guidi l’arte affinché questa sia di supporto alle dinamiche performative del rito.
Eppoi (considero a bassa voce da chitarrista classico che anima la liturgia e che ha animato liturgie con vari strumentisti non organisti), quanto gli strumenti accompagnano,
supportano e contribuiscono l’azione dell’assemblea sono sempre da “tenere in
gran conto”. Non cosa si suona, ma come e perché si suona.
Non è raro
“sentire un concerto d’organo” durante una “messa”… e questo svilisce il bel
concerto (che va ascoltato e va seguito “fuori l’azione liturgica”) e riduce
ancora una volta la “partecipazione attiva” nell’azione rituale alla passività
“davanti” alla liturgia che “si fa”. Musicisti, cantori, maestri, compositori,
o stanno “dentro” l’assemblea, nelle sue emozioni, nelle sue dinamiche, o si
sentiranno “sopra” essa, riducendo l’azione liturgica ad un ulteriore
spettacolo musicale; magari “bello”, ma non liturgicamente performativo… non “sacro”.
La questione non è “quale strumento o cosa suonare”, ma quale azione liturgica accompagnare. Per questo accade che anche un “organo” può risultare del tutto “profano” e un “coro” del tutto estraneo all’Assemblea e fuori l’azione liturgica. Non è più sostenibile “cantarsela e suonarsela” da soli come se l’Assemblea non avesse la sua personalità liturgica. Quella e soprattutto quella va formata. Altrimenti ritorniamo all’idea di bellezza rinascimentale... E non ce lo possiamo permettere.
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