Tradizione o inerzia? Il potere delle parole e le parole del potere


 

I riti domestici rivelano ancora una volta il potere delle parole e le parole del potere. Il termine “capofamiglia”, apparso in questi giorni, è il segno di una Chiesa che fatica a rinnovarsi.




Umberto R. Del Giudice

 

Il giorno di Pasqua è tradizione benedire le tavole con il ramo d’ulivo (della Domenica delle Palme) e l’acqua santa (della veglia Pasquale). In alcune comunità parrocchiali ricompare anche la distribuzione dell’immaginetta che nel retro riporta un breve sussidio pensato per la benedizione del pranzo pasquale. Fogli semplici, spesso stampati in fretta, che passano di mano in mano come un gesto tradizionale di familiarità e che, sebbene preparati con cura, riconducono ad un certo modo di vedere e di pensare le cose. In mezzo a formule rinnovate, immagini aggiornate e grafica moderna, sopravvive un termine che sembra arrivare da un’altra epoca. Colui (/colei?) che pronuncia la preghiera dovrebbe essere, secondo la didascalia “capofamiglia”.

 

Il “capofamiglia” contra ius…

Con una breve ricerca si scopre che il termine “capofamiglia” non è usato nel diritto civile dal 1975 (proprio con la riforma del diritto di famiglia). Ma non la usa neanche il Codice di diritto canonico. E neanche le rubriche liturgiche conoscono un “presidente” o un “soggetto” così appellato. D’altra parte, tutta la teologia liturgica postconciliare ha giustamente imparato a parlare di “presidenza”, di “chi presiede”, “chi guida la preghiera”… senza riferimento esclusivo ai dei tre gradi del clero.

Le rubriche liturgiche poi sono chiarissime.

Basta consultare i “Principi e Norme per la Liturgia delle Ore” e si scopre che “chi presiede” non si riferisce solo a chi fa parte del clero.

Così il numero 258 ricorda che: «in mancanza del sacerdote o del diacono, colui che presiede l’Ufficio è soltanto uno tra uguali…» (in latino: «deficiente presbytero vel diacono, is qui praest Officio est tantum unus inter pares» dove emerge il “is qui praest”, ovvero “chi presiede”. Una forula che non esclude il genere femminile poiché, è risaputo, che anche nel latino giuridicoecclesiastico, soprattutto nei testi normativi, il maschile è usato come genere inclusivo).

Per la conclusione delle varie Ore nell’Ordinario in lingua italiana si ricorda che «nella celebrazione individuale o quando non presieda un sacerdote o un diacono si conclude con la formula…» (che traduce l’Ordinario latino “Absente sacerdote vel diacono, et in recitatione a solo, sic concluditur...”).

Dunque, chi “guida”, “presiede”. Le rubriche sono chiare quando dichiarano espressamente che, oltre il vescovo, il presbitero o il diacono, chi guida la preghiera “presiede”.

 

Eppure eccola lì, come se fosse naturale che in ogni casa ci sia un “capo” incaricato di benedire il cibo. È un residuo di un immaginario preconciliare, quando la famiglia era pensata come una piccola monarchia domestica e il padre, quasi per diritto naturale, era il rappresentante religioso della casa. Molti sussidi attuali non sono altro che discendenti diretti di quei testi: aggiornati nella grafica, ma non nel linguaggio.

La realtà, però, è cambiata. Le famiglie non sono più strutture monolitiche. Ci sono madri sole che guidano la preghiera con una naturalezza che nessun “capofamiglia” potrebbe sostituire. Ci sono nonni che radunano figli e nipoti attorno alla tavola. Ci sono famiglie ricomposte, coppie miste, conviventi, comunità domestiche che non rientrano in nessuno schema tradizionale. E soprattutto c’è una teologia che, dal Vaticano II in poi, ha imparato a parlare della famiglia come Chiesa domestica, dove ciò che conta non è il ruolo sociale, ma la capacità di stare-con, relazionarsi, e presiedere un gesto di fede.

È chiaro, che le relazioni non sono confusione (parafrasando le relazioni trinitarie, una madre dona tutto al figlio tranne la maternità e il figlio dona tutto alla madre tranne la figliolanza…).

Ma sebbene non ci debba essere confusione dei ruoli è chiaro che la lettura di un termine come “capofamiglia” in una rubrica liturgica (perché di atto liturgico si tratta) crea confusione circa l’autopercezione della Chiesa stessa. Per questo la formula più corretta, più aderente alla liturgia e più rispettosa delle persone sarebbe semplicemente: “chi presiede”. Una piccola espressione che sposta l’attenzione dal potere autoritario alla relazionalità autorevole. In latino, quel “qui praeest” non indica un capo, ma qualcuno che si mette davanti per guidare un’azione comune.

Allora perché non si cambia? Spero sia solo inerzia.

 

Il “Capofamiglia dice…”:

Diciamolo apertamente: capofamiglia, dunque, è una parola che stona completamente. Certo non appare offensiva o lesiva ma appartiene a un mondo che non esiste più e per questo non riesce più a declinare la realtà. E non appartiene neanche alla Chiesa. Qualcuno ha scritto: le parole e le azioni “fanno la realtà”. Bisogna che ormai sia chiaro per tutti, e proprio per rimanere fedeli alla tradizione va ribadito: le parole come i gesti sono “performativi”, non si limitano a descrivere ciò che accade, “fanno” ciò che descrivono. Questa intuizione, centrale nella filosofia del linguaggio del Novecento, trova nei riti uno dei suoi luoghi più evidenti. Quando si afferma che “le parole e le azioni fanno la realtà”, non si ricorre a un’immagine poetica, ma si riconosce una struttura fondamentale dell’agire umano. La parola non è “commento”, “corollario inutile o neutro”, ma è essa stessa un atto che modifica lo stato di cose (rimando ad Austin). Nei riti (e gli studi degli ultimi 40 anni o hanno chiarito – Terrin, Tagliaferri, Bonaccorso…) pronunciare una formula non descrive un evento, bensì lo fa accadere; l’atto linguistico è parte costitutiva dell’azione rituale. Gli atti linguistici si inseriscono in un sistema di regole costitutive capace di generare nuovi fatti sociali (basti ricordare gli studi di Searle). Dire “ti dichiaro marito e moglie” non è un semplice suono articolato: è un atto che crea una realtà istituzionale riconosciuta, perché esiste un insieme di norme che conferisce a quelle parole la forza di trasformare lo status delle persone. Il linguaggio, in questo senso, è una forma di azione che istituisce mondi condivisi.

Sul piano simbolico-rituale, dunque, bisogna ricordare che il rito, soprattutto se domestico (come in questo caso) è azione che costruisce relazioni. Il rito non rappresenta un ordine già dato, ma lo attualizza dichiarandolo; non ripete un significato, ma lo genera nella relazione. La sua efficacia non è magica, ma comunitaria e istituzionale: crea legami, identità, appartenenze, trasformazioni riconosciute.

Dire che parole e gesti “fanno la realtà” significa dunque riconoscere che, nei riti, il linguaggio e l’azione non sono ornamenti, ma strumenti che creano e istituiscono relazioni.

L’inerzia di una parola come quella di “capofamiglia” non solo non si giustifica dal punto di vista del diritto (e del diritto canonico) ma neanche dal punto di vista della percezione sociale. A meno che non si voglia ribadire la necessità di un “capofamiglia”: e questo non voglio credere sia nelle intenzioni di chi fa stampare le belle immaginette pasquali.

 

Parole e identità ecclesiale

Basta poco. Una parola diversa, un gesto di attenzione, un linguaggio che rispecchi la vita reale delle famiglie e la teologia che la Chiesa stessa insegna. La benedizione del pranzo pasquale è un momento di gioia, di comunione, di memoria. Non ha bisogno di un “capo”. Ha bisogno di qualcuno che, con semplicità e con quella autorevolezza (di volta in volta) riconosciuta da tutti, presieda la preghiera e apra la tavola alla gratitudine. E potrebbe essere anche un figlio ai quali i genitori chiedano di “presiedere” quella preghiera.

Forse è arrivato il momento di dirlo con chiarezza, anche nei sussidi più umili. E di lasciare che la Pasqua rinnovi non solo i cuori, ma anche le parole.

Buona Ottava pasquale.

 


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