Il ritmo del Triduo liturgico e il suo dramma cerimoniale




Il Triduo è spesso vissuto come un susseguirsi di riti slegati o come un accumulo di devozioni. Il suo ritmo, invece, ricompone il cammino della fede. Le varie anticipazioni, sovrapposizioni, abitudini, rivelano più le nostre ansie mascherate da devozione che il mistero celebrato. Il ritmo del Triduo non chiude le emozioni: le forma, le orienta, le restituisce alla fede possibile. 

Cesar Legaspi (1917–1994), Missa in Coena Domini (o L'Ultima Cena), Olio su tela. 



Umberto Rosario Del Giudice

 

Il cristianesimo nasce da un evento. Non da un mito, non da un’idea. Nasce da un accadere, da un evento fondante (come Buddismo e Islam). L’evento ha un luogo, un tempo, dei testimoni. La tradizione lo chiama evento pasquale: un evento che si distende in tre momenti inseparabili: autodonazione, morte e resurrezione. Ma credo sia teologicamente fondato declinare questi tre momenti come atto personale del Cristo e non come azione impersonale: Cristo consegnato, Cristo crocifisso, Cristo risorto. Ta l’altro, meglio non citare solo “resurrezione”, perché nessuno ne fu spettatore e/o testimone; ciò di cui i discepoli furono testimoni non è l’atto della resurrezione (come nessuno è mai stato testimone della creazione…), ma la presenza nuova del Risorto.

L’evento centrale della fede è evento centrale dell’anno liturgico (dopo la domenica)[1]. Il Triduo Pasquale è la forma rituale con cui la Chiesa sta in questo evento. E tuttavia, proprio qui appaiono i limiti delle celebrazioni di questi giorni. Il Triduo spesso appare tradito da un immaginario che lo ha frantumato in giorni isolati. Rimando qui anche e soprattutto al testo di Grillo che ricorda con lucidità che ci siamo abituati a celebrare “per giorni” e non “per eventi”, a vivere la Settimana Santa (e il Triduo) come un calendario di emozioni, non come un ingresso nella Pasqua[2]. Provo a riprendere i tre momenti dell’unico Triduo con la certezza che i rimandi sono molteplici, tanti quanto sono le esperienze umane che ciascuno attraversa.

Aggiungo, non me ne vogliate, che, sebbene sia grave che il card. Pizzaballa non abbia potuto accedere al Santo Sepolcro, è molto più grave non scandalizzarsi delle guerre che coinvolgono innocenti e non monumenti (il giusto post di Gennaro Pagano mi conforta).

Non si tratta di sostituire il rito con esperienze personali, né di ridurlo a cerimonia vuota. I riti sono la luce che interpreta e trasfigura la vita; senza di essi, la fede si ridurrebbe a idee o emozioni private, una relazione senza corpo e senza comunità. Il Triduo ci libera da questa illusione e restituisce alla fede la sua forma concreta e pasquale. Questo a patto che i ritmi dei riti siano garantiti e custoditi; i ritmi (del Triduo come quelli della Settimana Santa e dei tempi forti in generale, delle domeniche…) continuamente spezzati dalle ingerenze acerimoniali, aliturgiche, da prolissi e inutili commenti al rito stesso o alla vita della comunità in genere, dalle incapacità di lasciare che il rito accada, danneggiano e minano la riforma liturgica non nel suo assetto cerimoniale ma nel suo reale patrimonio: voler garantire accesso al mistero di Cristo. Una comunità non educata liturgicamente è una comunità che non si lascia formare dal mistero pasquale e resta (o rischia di restare) al di là della fede, o attraversandola senza lasciarsi toccare…

 

Triduo deformante e Triduo performante

Il Giovedì Santo è il giorno in cui il corpo si piega, lava, spezza il pane, beve vino. È il giorno del Cristo-consegnato (della sua autodonazione; cfr. Es 12; 1Cor 11; Gv 13), il giorno in cui l’amore non si impone ma si espone. Eppure, quante volte questo giorno è stato tradito da un immaginario che lo riduce a un giro di “sepolcri”, a un pellegrinaggio estetico, a un rito di passaggio tra amici. La Paschalis sollemnitatis[3] lo ricorda con forza: non ci sono “sepolcri”, non ci sono tombe, non ci sono scenografie funebri. A Napoli (r-)esiste ancora la tradizione dello “struscio…”. Il Venerdì Santo poi è il giorno della fedeltà ferita. Il giorno in cui l’amore non si ritrae, anche quando tutto intorno lo nega. Il giorno in cui Cristo non reagisce, non si difende, non restituisce il colpo (cfr. Is 52-53; Gv, 18-19). Eppure, questo giorno è spesso ancora tradito da devozioni e processioni medievali che trasformano la Passione in tragedia autonoma, separata dalla Pasqua, in dolore umano. Per secoli abbiamo vissuto un “Triduo della Passione” separato da un “Triduo della Risurrezione”, come se la morte fosse un fine e non un passaggio (ricorda Grillo). Le processioni e le devozioni rischiano di perpetuare questo fraintendimento: un Cristo morto che non conduce al Risorto, ma che resta sospeso in una sofferenza umana senza sbocco possibile. Come se quel dolore non fosse mai entrato nel cuore della Trinità e non abbia, per questo, introdotto una esperienza nella dinamica stessa della pericoresi (relazione) trinitaria: dinamica tutta da (ri-)pensare…

Il momento del Risorto poi è contornato dal silenzio, dalla sospensione-aperta, dalla fecondità inattesa. Eppure, quante volte questo giorno è stato tradito da uno “scioglimento della gloria” al mattino, residuo di quando la Veglia era celebrata di giorno per evitare la notte. Le nostre nonne “aprivano il casatiello” al pranzo del sabato, perché, “sciolta la Gloria” (che stava a significare il ritorno liturgico del canto del “Gloria” e il contestuale suono delle campane), la carne ormai si poteva mangiare. Una gloria anticipata, fuori tempo, che rompe(va) la logica del silenzio-attesa-possibilità. E quante altre devozioni –le sette parole, le tre ore di agonia, le visite ai sepolcri– riempiono il Sabato di parole, di suoni, di attività, come se il silenzio fosse insopportabile rimando al vuoto statico. Ma la Veglia –che rimanda al Cristo risorto– non è un prolungamento artificiale del Sabato, né un rito collocato “alla fine” per ragioni pratiche: è il culmine del terzo giorno, il momento in cui ciò che è iniziato al tramonto del venerdì giunge alla sua pienezza: la possibile apertura silente della vita che nasce. Tutto converge nella Veglia della storia della salvezza (cfr Gn 1. 22; Es 14-15; Is 54-55; Ez 36; Rm 6; Mt 28; Mc 16; Lc 24). La Veglia è il luogo in cui la fede donata e ferita si apre, si distende, si dilata: non chiude un tempo, non chiude l’uomo, non lo esalta senza passato: la Veglia trasfigura donazione e ferite in un incessante lavorìo che viene da lontano, come il costante, silenzioso e tenace lavoro delle api che generano la cera da cui nasce il cero pasquale.

In questo lento e costante stare nel mistero, il rito è dunque performante: è quel luogo in cui la forma non si esibisce ma immerge, diventando spazio generativo in cui la fede non si contempla da fuori, ma accade, coinvolge e trasforma. Significa insegnare che il rito non è qualcosa da “fare”, ma un’azione “che ci fa”; non un gesto da osservare, ma un luogo in cui lasciarsi trasformare; non un ricordo da commemorare, ma un evento che ci porta dentro e davanti al mistero del Cristo. Spiegare il rito senza farlo vivere è come insegnare gli schemi calcistici senza far giocare: si trasmettono concetti, ma si nega l’esperienza (e si vedono i risultati non solo nel calcio…). Il rito non si capisce prima, si capisce dentro; non si apprende ascoltando, ma partecipando. Solo immergendosi nel gesto, nel silenzio, nel ritmo, nel mistero del Cristo che si dona, la fede può accadere.

È chiaro che le devozioni popolari non sono da abolire: è il loro ritmo però che deve eventualmente servire il ritmo del Triduo e non viceversa. Le devozioni sono parte viva della fede del popolo, un linguaggio affettivo, corporeo, identitario, di massa. Sono azioni “emozionali”. Ma diventano un problema quando si sostituiscono al rito, quando lo anticipano, lo ritardano, lo coprono, lo rendono superfluo e quasi “illogico”. Una devozione è autentica quando conduce al Triduo, non quando lo rimpiazza. Quando una devozione impedisce di vivere il ritmo radicale del Triduo, essa non è più popolare: è ritualità populista, tradendo ciò che pretende di onorare.

Il dramma del Triduo è qui: si moltiplicano i gesti smarrendo l’evento (come quando durante le celebrazioni eucaristiche dei “tempi forti” si innestano –con stile didattico– cartelloni, frasi, coreografie…: altro modo di tradire il percorso esperienziale del rito).

 

Il ritmo del Triduo come ritmo della sequela Christi

Bisogna sempre rientrare nel ritmo del Triduo e non solo perché le devozioni rischiano di ridurlo a parti stantìe di vecchie usanze ma perché è l’uomo che rischia sempre di ridurre le esperienze religiose a nicchie di autocompiacimento e a isolamento ideologico: ogni credente (ogni individuo) è sempre tentato di ridurre l’esperienza religiosa (e la vita) a un rifugio autoreferenziale. Al contrario, il ritmo del Triduo ci risveglia alla dinamica di fede: la consegna del Giovedì, la ferita del Venerdì, la apertura del possibile generativo della Veglia. Così, la Pasqua non è dopo il Triduo, è dentro il Triduo.

Dal punto di vista esistenziale, dunque, il ritmo del Triduo è la grande smentita di ogni tentazione di autosufficienza umana; e, nello stesso tempo, è la rivelazione della grandezza dell’esistenza come possibilità, come capacità di rigenerarsi, come autopoiesi che non nasce da sé ma si compie nell’incontro, nella relazione: a patto che si stia nel ritmo del Triduo. L’essere umano, quando si affida solo a se stesso, tende a costruire piccole fortezze interiori: sistemi chiusi, forme rigide, abitudini che rassicurano più che trasformare. È una dinamica antica quanto l’uomo: ci si protegge dalla vita irrigidendosi, ci si difende dalla verità ripetendo gesti che non interrogano più. E se questo è vero per il singolo è vero anche per le comunità: anche le Chiese, se non si lasciano formare dal ritmo del Triduo si riducono a gruppo chiuso, intollerante, ideologico, spiritualista, narcisista… Il rito, al contrario, quando è vivo, spezza questa inerzia. Non consola: scuote. Non conferma: apre. Non chiude: espone. Il rito autentico strappa l’uomo (e il gruppo) all’autoreferenzialità e lo riconsegna al “totalmente altro” che per lui diventa il “totalmente possibile”. Il ritmo del Triduo è un itinerario: libera dalla fantasia narcisistica del controllo, straccia il possesso, apre al possibile, illumina la vulnerabilità come luogo del cambiamento e della crescita oltre la disperazione sterile verso un’inedita possibilità.

Allora, le Pasque (come le esperienze di fede) non sono dopo il Triduo: sono dentro il Triduo che non ci porta cerimonie tradizionali ma tenta di restituire l’uomo all’uomo, alla sua radicale possibilità e identità.



[1] Cfr. Sacrosanctum Concilium, nn. 102-106 («la domenica è il fondamento e il nucleo di tutto l'anno liturgico»; n. 106).

[3] Cfr. Paschalis_solemnitatis.pdf (stranamente il documento non risulta neanche nella pagina ufficiale del Dicastero in “altri documenti della congregazione”.


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