Forma liturgica, tradizione conciliare e teologia


 


La riforma liturgica non è un’alternativa alla tradizione, ma la sua forma viva. Le resistenze al rito conciliare generano oggi derive settarie e ambiguità persino in ambiti gerarchici e accademici: serve un equilibrio spirituale capace di custodire comunione senza rifugi identitari né nostalgie paralizzanti.



 

Umberto R. Del Giudice

 

Porte chiuse alla Chiesa e finestre aperte solo sul chiostro: è l’immagine più eloquente di una spiritualità che si ripiega su di sé. A riproporre una riflessione sul tema è l’ultimo intervento di Andrea Grillo (che con la consueta lucidità denuncia le ambiguità liturgiche ed ecclesiali del nostro tempo). Si tratta del post dal titolo Un Abate immune dal Vaticano II. Sulla intervista a Dom Pateau”, che mi offre l’occasione per riprendere alcuni nodi decisivi della riforma conciliare e della sua ricezione.

È bene ricordarlo e ripeterlo: la riforma liturgica conciliare non ha introdotto un rito alternativo e staccato dalla tradizione; essa ha definito la forma del rito romano (giuridicamente vincolante) per conservare e promuovere la tradizione. Com’è noto la Sacrosanctum Concilium ha stabilito principi e finalità che hanno guidato la riforma degli anni ’60 (non solo dei testi) con la quale si esprime la lex orandi, ovvero quel patrimonio, che specifica indole e natura della spiritualità cattolica riconoscendo che la tradizione non è un fossile, ma un processo comunitario e continuo (regolato dall’autorità ecclesiale).

Per questo nel suo post Grillo insiste sul fatto che la coesistenza di due riti non è una ricchezza, ma una frattura. Il nodo centrale è capire che non si tratta di gusti liturgici ma di comprendere (accettando) l’atto con cui la Chiesa ha definito la propria forma di culto e, quindi, la propria spiritualità. Rifiutare la forma significa non cogliere le potenzialità della riforma oltre che mettersi al riparo da essa. Chi continua a celebrare secondo il Vetus (l’ordo precedente), come nel caso citato di Fontgombault, non si limita a conservare un uso antico, ma si pone fuori dalla comunione ecclesiale e dal quadro giuridico del Concilio, creando un’anomalia ecclesiale che mina l’unità sacramentale oltre che disciplinare.

 

1. La deriva settaria come fenomeno ecclesiale

Accanto al piano giuridico, emerge un dato fenomenologico che Grillo mette in luce con forza e che qui vorrei riprendere: la resistenza al rito riformato produce dinamiche tipiche delle forme settarie. La liturgia diventa un marcatore identitario, non più luogo di comunione ma confine che separa i “puri” dal resto della Chiesa. Si sviluppano forme di dogmatismo rituale, intolleranza verso “chi non la pensa come noi”, spiritualismo disincarnato e rigidismo comunitario. Tutte queste derive, che standardizano forme superiori di purezza religiosa e di ascetismo spirituale, diventano simbolo di una spiritualità che si sottrae alla dimensione ecclesiale della celebrazione. Questi gruppi (e questi soggetti) si percepiscono come il “resto fedele”, mentre la Chiesa universale viene vista come deviata o infedele. Purtroppo, devo testimoniare di aver incontrato queste derive settarie ad ogni livello della vita ecclesiale, dalla gerarchia alle istituzioni accademiche. Con l’effetto di un’ambiguità ecclesiale disarmante. Soggetti (e gruppi) che da una parte si dicono fedeli mentre dall’altra sono pronti a dare dell’eretico al papa di turno.

È il meccanismo classico della setta e dei soggetti patologicamente autoreferenziali: autolegittimazione, isolamento, reinterpretazione selettiva della storia, costruzione di unidentità alternativa. Questa dinamica non risparmia nessuno: né monasteri né comunità religiose né gruppi parrocchiali, né soggetti con incarichi delicati… la liturgia, quando diventa ideologia, smette di essere luogo di comunione e diventa strumento di separazione.

E su questo terreno, a mio parere, si sta ancora giocando una partita delicatissima.

 

2. Tradizione viva: tra unità ecclesiale e umiltà spirituale

Alla luce dei due assi succitati (giuridico e fenomenologico) diventa evidente che la tradizione non è un archivio immobile, ma un processo vivo che la Chiesa custodisce attraverso forme comuni e condivise. L’unità ecclesiale non coincide con l’uniformità, perché l’uniformità non esiste: la celebrazione di Agrigento non sarà mai identica a quella di Vipiteno, e non deve esserlo. La cattolicità, infatti, è la capacità di accogliere la pluralità delle esperienze spirituali e delle sensibilità locali, purché queste rimangano dentro il respiro della Chiesa e non si trasformino in identità autoreferenziali che pretendono di incarnare da sole la verità della tradizione. Quando una sensibilità liturgica si assolutizza, quando un gruppo si percepisce come il “resto fedele” contrapposto al corpo ecclesiale, la tradizione smette di essere viva e diventa pura ideologia.

In questa prospettiva, la riforma liturgica non rappresenta una rottura, ma il luogo in cui la Chiesa ha scelto di custodire la propria unità senza soffocare la varietà. Le microritualità sono inevitabili e persino fisiologiche (la celebrazione monastica non è come quella parrocchiale dei giovani dell’Azione Cattolica, e viceversa…): ciò che conta non è eliminarle, ma impedire che diventino criteri esclusivi di verità o luoghi separati, spazi “scissi”. La Chiesa chiede che tutti camminino sugli stessi binari, non che tutti viaggino sullo stesso treno. I binari (lOrdo) garantiscono la direzione comune, la meta condivisa, la forma ecclesiale dell’atto liturgico; il treno (le comunità concrete) porta con sé la propria storia, la propria sensibilità, la propria tonalità spirituale. La pluralità è un dono solo quando non si erige a misura assoluta; altrimenti si trasforma in chiusura, rigidità, settarismo.

Credo che la via d’uscita possa essere un atteggiamento spirituale preciso: un’umiltà radicale che riconosce la propria parzialità e si apre alla comunione profonda in una tradizione che nessuno si dà da solo ma che tutti ricevono da altri. È l’umiltà che accetta di non essere misura della Chiesa e, peggio ancora, di Dio. In questa prospettiva, la liturgia non può diventare un rifugio identitario, ma deve restare il luogo in cui la Chiesa riconosce una e cattolica e capace di accogliere senza frammentarsi.

C’è sempre una dinamica patologica quando qualcuno sente il bisogno di separarsi, di costruirsi un’identità liturgica alternativa, di immaginare che la verità passi solo attraverso il proprio modo di celebrare o di pensare: i limiti delle esperienze personali si chiamano “finitudine” e “soggettivismo”.

Allo stesso tempo, e va detto con chiarezza, non bisogna confondere l’Ordo novus con le sue caricature: le meschinità liturgiche, le approssimazioni rituali, le incapacità celebrative (purtroppo troppo diffuse) non sono il frutto del patrimonio che il Concilio ha voluto affidarci. Sono piuttosto l’effetto di spiritualità intellettualizzate, di isolamento rituale, di insensibilità estetica, di sordità alle forme. La riforma non coincide con le sue deformazioni, così come la tradizione non coincide con le sue nostalgie.

Forse è questo il punto: le comunità non possono vivere con paura e autoreferenzialità con porte chiuse contro la Chiesa e finestre aperte solo sul proprio ego-chiostro. La tradizione non è un corridoio da contemplare, ma uno spaziotempo che guarda dentro, fuori, intorno, su e giù… oltre sé. Perché la questione non è solo rituale: è teologica!

Bisogna ancora camminare, e aprire porte e finestre.


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