Distinguere “perdono” da “reintegrazione” per salvare “persone” e “ministerialità”
Dopo l’articolo a margine del caso Mottola di don Patriciello mi preme offrire una breve riflessione sulla necessità di distinguere “permesso” da “perdono”: una distinzione necessaria poiché la sovrapposizione delle due realtà può apparire solo come difesa “ontologica” del ministero mentre finisce per appiattire tanto la realtà della ministerialità quanto quella della penitenza.
Umberto Rosario Del Giudice
Il recente
articolo di don Maurizio Patriciello su Avvenire, dedicato alla vicenda
di don Michele Mottola e alle critiche rivolte al vescovo Angelo Spinillo,
nasce da un sincero desiderio di difesa e di chiarezza. Proprio per questo
merita attenzione. Tuttavia, alcune linee argomentative — pur animate da
fraternità e dolore ecclesiale — rischiano di sovrapporre due piani che la
tradizione della Chiesa ha sempre distinto: il perdono e la reintegrazione
ministeriale. È su questa distinzione, oggi più che mai decisiva per la
credibilità ecclesiale e per la tutela delle vittime, che desidero soffermarmi,
nella stima per don Maurizio e nella lealtà verso il mio Vescovo.
In data di oggi è apparso su Avvenire un articolo di don Maurizio Patriciello che interviene sulla vicenda di don Michele Mottola e sulle critiche rivolte al vescovo di Aversa, mons. Angelo Spinillo. Lo rilancio volentieri, con sincera stima e affetto fraterno per l’autore, ma anche con il desiderio di riflettere su alcuni punti che, a mio avviso, rappresentano nodi problematici dell’argomentazione e che meritano di essere discussi con serenità ecclesiale.
Questo l’articolo di don Maurizio:
«LA VICENDA
DI DON MOTTOLA E LE INGIUSTE ACCUSE AL VESCOVO SPINILLO
La Chiesa è
il corpo di Cristo, i credenti – religiosi e laici - le sue membra. Ed è giusto
e doveroso che essi soffrano con chi soffre e gioiscano con chi gioisce. I
santi, i giusti, ci fanno fare bella figura, davanti a Dio e agli uomini. Chi
si macchia di colpe odiose, come la pedofilia, ma non solo, ci fa arrossire il
volto e ci trafigge il cuore. La Chiesa, dopo aver pagato un prezzo altissimo
per questo odioso peccato-reato commesso dai membri del clero, ha preso le
dovute misure per mettere al sicuro i bambini nelle nostre parrocchie e negli
oratori. La nostra diocesi di Aversa attraversa un momento triste. Da una
settimana i giornali hanno ripreso a parlare del caso di un sacerdote, reo
confesso, di aver molestato, anni addietro, una ragazzina. Don Michele Mottola,
questo il suo nome, fu denunciato dalle autorità diocesane. In seguito, il caso
fu ripreso da qualche trasmissione televisiva. Condannato sia dal tribunale
civile che da quello ecclesiastico, espiò la pena inflitta. Dopo anni di
lontananza fece ritorno in diocesi, dovendo sottostare alle dovute restrizioni
che i superiori presero nei suoi confronti. In occasione della chiusura del
Giubileo, domenica 28 dicembre, giorno di festa e di perdono per tutti, il
vescovo, Angelo Spinillo, gli concesse la possibilità di concelebrare la Messa
in cattedrale, alla presenza di migliaia di fedeli e decine di sacerdoti.
Nessun imbroglio. Nessun tentativo di fare male a qualcuno. Il giorno dopo,
però, la foto della processione, era su qualche giornale locale, ripresa ben
presto da altri quotidiani. Monsignor Spinillo, rispose con una nota ufficiale
nella quale ribadiva l’eccezionalità del permesso concesso. Non è bastato. Una
petizione online è stata lanciata per chiedere le sue dimissioni. Una pugnalata
al cuore. Dopo 15 anni di ottimo lavoro pastorale, Spinillo, amato e stimato da
tutti, non merita questo doloroso e ingiusto affronto. Insieme a lui, siamo
stati colpiti tutti noi, presbiteri, religiosi e popolo di Dio. La cosa che più
addolora e sconcerta è che questa rinnovata ondata di ricordi andrà a
ripercuotersi certamente a danno della vittima e della sua famiglia. Non sempre
alzare la voce, quando non serve, rende un buon servizio. Alla vittima, ancora
una volta, ribadiamo la nostra vicinanza e il nostro affetto. Don Michele ha
sofferto e fatto soffrire. Ha chiesto perdono. È stato punito. Ma se il Pastore
della Diocesi – nel giorno in cui celebra la chiusura del giubileo – ritiene
opportuno farlo concelebrare ne prendiamo semplicemente atto. Anche se non
dovessimo condividere la scelta».
(Maurizio
Patriciello, Avvenire, martedì 6 gennaio 2026)
Il cuore
della questione non riguarda il fatto che l’Ordinario del Luogo abbia concesso
a un sacerdote — condannato, punito e sottoposto a restrizioni — di
concelebrare in un’occasione particolare. Il Vescovo non deve “giustificarsi”
per un atto che rientra nelle sue prerogative. Il punto critico è un altro: il
rischio di associare implicitamente il “permesso di concelebrare” al “perdono”,
come se la reintegrazione liturgica fosse il segno visibile della misericordia.
Don
Maurizio, infatti, collega la concessione del Vescovo al contesto della
chiusura del Giubileo, “giorno di festa e di perdono per tutti”. È proprio
questa associazione che, a mio avviso, richiede un chiarimento.
Vale la pena
ricordare che nelle chiese antiche il problema non era il “perdono” ma la reintegrazione
nella comunità che la tradizione ha affrontato attraverso percorsi
penitenziali complessi (prima pubblici, privati…). Presentare il perdono in
relazione alla reintegrazione significa confondere la prassi e i cammini.
In più c’è un altro aspetto: reintegrazione nella comunità non è immediatamente reintegrazione al ministero.
In questo senso va chiarito che la
concelebrazione non è un gesto simbolico di misericordia, ma un atto
ministeriale che presuppone la capacità del sacerdote di esercitare il proprio
ufficio. Se fosse solo un modo per dire “sei sacerdote in eterno”, senza
considerare la reale possibilità di svolgere un servizio pastorale, sarebbe
teologicamente e pastoralmente insostenibile.
Se
l’Ordinario ha ritenuto opportuno reintegrare don Michele in qualche forma di
servizio — e solo lui conosce le condizioni e i limiti di tale scelta —
possiamo prenderne atto, come suggerisce don Maurizio. Ma non possiamo
presentare questa decisione come un gesto di “misericordia giubilare”. La
misericordia riguarda la persona; la reintegrazione riguarda il ministero. Sono
piani distinti e tali devono rimanere.
Il popolo di
Dio, comprensibilmente, fatica a distinguere questi livelli. Percepisce la
concelebrazione come un reintegro pieno all’ufficio presbiterale. E non ha
torto: nella tradizione ecclesiale è sempre stato così. Se oggi si volesse
attribuire alla concelebrazione un valore puramente simbolico, come gesto di
perdono, si introdurrebbe una confusione che la Chiesa non può permettersi.
Sull’opportunità
concreta del reintegro non entro: è responsabilità del Vescovo. Ma non posso
non ricordare che il VI libro del Codice di Diritto Canonico, pur riformato,
lascia ancora zone d’ombra nella determinazione delle pene e nella gestione di
casi complessi come questo. Certo è che proprio da queste zone d’ombra nasce anche
la necessità di una riflessione più ampia, più chiara e più ecclesialmente
condivisa.
In ogni caso però dev’essere chiarita la netta distinzione tra “misericordia di Dio”, “reintegrazione (a gradi) nella comunità” e “esercizio del ministero”. Livelli diversi: il primo teologico (che giustamente don Maurizio ricorda), il secondo proprio della comunità e del singolo (più antropologico con percorsi a tappe) e il terzo come atto dell’Ordinario (più pastorale). Non credo sia utile e opportuna la confusione e la sovrapposizione di questi tre livelli anche per la tutela del cammino dello stesso don Michele.
Sulla
opportunità del reintegro non commento: questa è e rimane una scelta del Vescovo.
Ed io,
come don Maurizio, ne prendo semplicemente atto.

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