La sostenibilità del pedobattesimo tra burocrazia sociale ed esperienza ecclesiale



 

Il pedobattesimo può essere ancora sostenibile se si supera la fede nozionistica e si accede a forme graduali di appartenenza.

L’APL propone la Settimana di studio sul rito del “battesimo dei bambini”. Un tema delicato che può offrire decise consapevolezze. A pochi giorni dall’evento propongo alcuni dati storici, un ricordo e un rimando rubricale.

 


Umberto Rosario Del Giudice

 

 

Dal 28 al 31 agosto si svolgerà una settimana di studio promossa dall’APL - Associazione Professori Liturgia.

Le relazioni di quest’anno dovranno guidare a riprendere il rito de “Il Battesimo dei bambini”. È inevitabile che oltre il rito l’attenzione si sposti sul contesto sociale ed ecclesiale: il cosiddetto pedobattesimo costringe e chiede una riflessione articolata dal punto di vista della sistematica e della prassi ecclesiale. È evidente che il dibattito dovrà tener conto anche dei dati storici e delle contingenze sociali attuali per formulare riflessioni a partire dall’Ordo e per mettere alla prova l’Ordo[1]. Gli interventi offriranno approcci teologico-filosofici (nascere), storici (rituali pre e post riforma liturgica) e sistematici (battezzare oggi?).

 

 

Dal “mandato” alle “forme”: alcuni dati storici

La storia del battesimo è interessante ed è molto complessa.

Vorrei qui richiamare pochi dati per evidenziare quanto, nella lunga storia della Chiesa, l’attenzione a formula e a materia da una parte diventano fonte di dibattiti e scontri, dall’altro sarà il presupposto su cui saranno fondate molte convinzione e consapevolezze, autentiche e/o ambigue, del sacramento e della vita ecclesiale.

Basti ricordare che nelle prime comunità cristiane l’azione battesimale, che non era una abluzione né era reiterabile, aveva una nota chiara. Esso era celebrato “nel nome di Gesù”. In un’epoca in cui era ancora lontanissima la distinzione tra ministro, formula e materia, il battesimo si presenta come “immersione nel nome di Gesù” il che voleva dire “nella persona”, nel suo modo di vivere, nella sua fede, nella sua volontà…. Quando è apparsa più chiara la relazione tra “Cristo” il “Padre” suo e lo “Spirito”, la formula cristologica è stata sostituita da quella trinitaria (battezzati “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”).

 

Dalla formula l’attenzione si spostò al “candidato” anche se bambino ma considerato direttamente interpellabile. Non perché si considerasse il soggetto (siamo lontani dalla consapevolezza moderna) ma perché la responsabilità e la professione del singolo non poteva essere pensato che nell’ambito della comunità. La solidarietà del singolo con e nella famiglia, dal punto di vista giuridico, è totale: quindi lo sarà anche dal punto di vista sacramentale. Quello che appare evidente è che ciò che a noi oggi farebbe ridere allora non solo era normale ma è una forma che ha retto per circa un millennio e mezzo. Ed era possibile, se consideriamo il legame medievale tra “terra”, “famiglia”, “status”… Non c’era spazio per il soggetto, ma tutti potevano aprire spazi per il singolo. Su questa consapevolezza (e tenendo conto della dottrina agostiniana del peccato originale che andava affermandosi) i bambini venivano interrogati direttamente. Una forma che è arrivato fino a metà dello scorso secolo sebbene non più supportata dal cotesto sociale e da quello ecclesiale.

In un manoscritto del VII-VIII secolo, un libro liturgico detto “sacramentario” e conosciuto come Gelasiano vetus, che con tutta probabilità rimanda a un materiale del V secolo, si trova un rito per il battesimo regolato espressamente per gli adulti. Tuttavia, esso viene come modellato e modificato per bambini. In esso è evidente che cambia la funzione degli attanti, soprattutto dei cosiddetti padrini sostituti del piccolo battezzando (istruzione, professione, ricordo nella messa…). Fino al XVII secolo le domande saranno poste all’ignaro bambino direttamente: nel rituale del 1614 al posto dell’odierno “volete voi che XXX sia battezzata/o” con la consueta risposta “sì, lo vogliamo”, si può leggere la domanda diretta anche se a rispondere è il padrino (o la madrina):

(Sacerdote chiede) «Vis baptizári?» (N. Vuoi essere battezzato?)

Il Padrino ola Madrina risponde: «Volo» (Sì, lo voglio).

Questo rituale sarà in uso fino alla riforma.

 

In ogni caso, il battesimo dei bambini è (tra V-VI sec.) una prassi diffusissima tanto da rientrare nelle rubriche del Gelasiano: tutti vanno battezzati, adulti e bambini. Le motivazioni si radicano nella volontà/necessità di avere unità politico- sociale e le ripercussioni saranno tantissime. Ma non va dimenticata la consapevolezza dell’epoca che la comunità (sociale più che ecclesiale) è il luogo primario e imprescindibile che supera ogni esigenza del singolo che, di fatto, vive di una individualità collettiva.

Ne deriva, dal punto di vista della pratica e dal punto di vista della dottrina (il pensiero “segue” l’azione”) l’accentuazione del segno e della formula e la conseguenza soteriologica (salvarsi dal peccato originale) e giuridica (essere membro della chiesa).

Non basterà la formula, anche la “materia” sarà importante. Così il “segno dell’acqua sorgiva” con cui si è immersi diventa la materia benedetta: l’acqua diventa acqua santa

Nonostante i riti andassero strutturandosi e anche differenziandosi, ne nascono dispute. Nella tradizione della Chiesa visigota si procederà a due forme rituali: una per immersione e l’altra per infusione. Risultato? Ci si scomunica a vicenda! Non solo. I battesimi non amministrati secondo la forma normata da una Chiesa diventa motivo di nullità, e va rifatto!

Le riflessioni storiche sarebbero tante.

Qui mi limito a riprendere un’evidenza precedentemente accennata con l’aiuto di un commento di spessore del card. Kasper[2] il quale, citando von Balthasar, inizia la sua riflessione sul battesimo: «la scelta di battezzare i bambini – e cita – fu “la decisione più gravida di conseguenze della storia della chiesa”»[3], e aggiunge il rimando a due appartenenze: una religiosa e l’altra sociale, ovvero l’essere membro della chiesa e membro della società sebbene col pedobattesimo venissero a coincidere, oggi tale continuità di aggregazione è venuta del tutto a mancare.

Dunque, che il pedobattesimo sia una questione non risolta è sotto gli occhi di tutti e già da metà dello scorso secolo.

 

Tutto questo parla (strilla!) e chiede di essere valutato con grande attenzione. Cosa risponderà il rito e la prassi della Chiesa? Lo studieremo nella prossima settimana.

 

Un ricordo personale

Lasciando alla prossima settimana ulteriori riflessioni e sviluppi, vorrei qui offrire un ricordo personale.

Qualche anno fa fui invitato ad affiancare un catechista che avrebbe dovuto preparare per la domenica successiva un gruppo di genitori che candidavano i loro figli al battesimo.

La prima domanda del catechista spiazzò molti presenti però riuscì a restituire una fotografia della comune esperienza.

La domanda, imprecisa nella forma e ambigua nella finalità, che il catechista pose fu: «perché volete battezzare i vostri bambini».

Le risposte oscillavano ma le più significative e condivise furono: «mia moglie ed io non ci crediamo, ma la famiglia lo vuole, si deve fare!…»; e (questa non si può dimenticare) «mio marito non crede: però io so che porta bene! il bambino sarà protetto, va’…».

Con questi presupposti lascio immaginare il tenore della conversazione. Non so se tutti poi accolsero la possibilità del battesimo e se il parroco concesse il sacramento.

So che quei sentimenti erano la fotografia fedele di un contesto che la CEI tempo fa non ha temuto di definire “mutate condizioni” e di invitare a “una salutare inquietudine”[4]. Che la società chiusa dello stile e dell’esigenza medievale non possa essere più il presupposto del battesimo dei bambini di oggi è chiaro. Una prassi che può continuare ma che, a mio parere, ha bisogno di essere inserita in una ritualità graduale e profonda e deve essere differenziata radicalmente dai “contenuti catechistici” (basta un incontro prima del battesimo?).

 

Cosa chiedete? Cosa cercate?

Mi ha fatto sempre riflettere una rubrica quasi sconosciuta ai più. Quanto il sacerdote chiede ai genitori e ai padrini cosa chiedono per la loro bambina o il loro bambino, la risposta (la puntualità della quale rimane non scontata anche nella forma rituale con conseguente suggerimento del prete o del ministro più vicino…) è “il battesimo”.

 

In realtà la rubrica è molto più articolata. La riprendo qui.

 

«Celebrante:

Per N. che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?

Genitori:

Il Battesimo.

Nel dialogo, il celebrante può usare altre espressioni. Nella seconda risposta, i genitori possono esprimersi con altre parole, come ad esempio:

La fede, oppure La grazia di Cristo, o La vita eterna».

 

Questa rubrica fa riflettere e non solo perché dona un’ampia gamma di risposta, ma perché riesce a spostare l’attenzione da una risposta comune che rimanda in parte alla burocrazia e dall’altra alla scaramanzia. Dire “il battesimo” oggi diventa ambiguo per coloro che percepiscono il sacramento come un dovere (livello giuridico e di appartenenza) o come un talismano (livello religioso/superstizioso).

Fede, grazia, vita, si possono e si devono chiedere a patto che siano emozioni da condividere, cammini da continuare, novità da accogliere come dono.

Il battesimo non è solo “porta dei sacramenti” ma anche “porta dell’esperienza di fede”. Se la domanda dei genitori non nascerà dal loro essere immersi nel rito non potrà accompagnare la loro decisione e la formazione e l’orientamento religioso della/del battezzata/o.

Se la risposta sarà burocratica, anche il battesimo continuerà ad essere un porta fortuna piuttosto che un segno profetico, un segno carico di speranza, di apertura all’imprevedibile della vita. Se il “battesimo burocratico” è un atto superstizioso sarò un “segno dei tempi” che dovrà far comprendere che i tempi non si segnano solo con nozioni catechetiche o con nostalgiche forzature sociali. Il battesimo dei bambini può ancora essere un segno sacramentale e segnare i tempi se la forma rituale sarà il luogo in cui genitori, famiglia, comunità, percepiscono “la vita che viene” e in questa novità immergono la/il propria/o bambina/o.

È una strada che può essere percorsa solo se il “battesimo puntuale”, preceduto da una seduta nozionistica di ripresa dei concetti dottrinali, lascia il posto ad un “battesimo graduale”, ovvero ad una forma progressiva di immersione nel dono di Dio. E l’ideale sarebbe che questa forma si concretizzi nella frequenza della comunità dei battezzati, e che questa sia tale, nella fede, nella via, e nella grazia come nell’emozione, nell’accoglienza e nella attenzione.

 



[1] Cfr. Ordo baptismi parvulorum, Editio typica 1969; 2a ed. typica, con alcune varianti, 1973.

[2] Cfr. W. Kasper, La liturgia della Chiesa, omissis.

[3] Cfr. H.U. von Balthasar, Sponsa Verbi, omissis.

[4] Cfr. CEI, Rito dell’iniziazione cristiana adulti, 1978, omissis,


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