Per favore oggi non predicate della missione episcopale!

 



La pericope evangelica di oggi non ha la diretta intenzione di indicare il ruolo dei vescovi o di suscitare vocazioni al presbiterato. Al centro c’è la responsabilità dei discepoli (tutti) investiti della stessa missione di Gesù: consapevolezza che dona gioia profonda.

 



Via Crucis Latinoamericano, 15a estación - Pérez Esquivel


Umberto Rosario Del Giudice

 

La pagina del Vangelo di questa domenica appare come un inciso che conclude da una parte la presentazione di due azioni missionarie, quella di Giovanni il Battista (Mt 3, 2) e di Gesù (Mt 9, 5), dall’altra apre alla missione dei discepoli. In modo particolare, Mt 9, 36 – 10, 8 sembra un appello a darsi da fare nel contesto delle comunità cristiane della “prima ora” che appaiono come “folle senza pastore”.

Molto probabilmente, infatti, il redattore di questa pericope guarda alla situazione a lui contemporanea delle comunità cristiane che crescono di numero ma con poche guide.

Questa “folla”, non più “entusiasta” (Mt 4, 25; 5, 1) ma “affaticata” (cfr Mt 9, 36), non è più oggetto di un “giudizio punitivo” e non evoca una “mietitura” (temi ricorrenti nella predicazione profetica) ma “muove” i sentimenti di Gesù il quale (e questa è la dinamica importante di questa domenica) investe chi lo segue della sua stessa missione: istruire, predicare e curare (cfr. Mt 9, 35, versetto omesso dal Lezionario di oggi).

Il tema centrale di questo resoconto che raccorda la missione di Gesù e quella dei suoi discepoli è la responsabilizzazione: tutti i discepoli (Mt 9, 37) sono investiti non solo di “pregare” ma di “fare”. Anzi, pregare è autosensibilizzazione. D’altra parte, al versetto successivo (Mt 10, 1) è vero che compare il numero “dodici” ma accompagnato da “discepoli”, e solo al v. 2 si dice “apostoli”. I discepoli sono “convocati” e inviati (v. 10, 5 ma detti “dodici”); gli apostoli, che di per sé sono inviati, sono nominati (v. 2). Si annoti che solo qui in tutto il vangelo secondo Matteo è usato il termine “apostoli” (anzi, “apostoli” è usato solo quattro volte in tutti e quattro i vangeli…) col senso etimologico di “inviati”. Quello che però è importante è che il potere della predicazione e della salvezza è dato ai dodici (cfr. Mt 10, 1). La predicazione non si associa alla capacità di guarigione ma al messaggio salvifico: aver il potere di cacciare spiriti e guarire malattie, nel linguaggio evangelico, non rimanda a capacità terapeutiche o esorcistiche ma alla realizzazione del “regno”: Gesù vince il male con pazienza e senza violenza. Ben altro rispetto al “potere” di chi vuole sovrastare gli altri e di chi vuole imporre agli altri regole e comportamenti opposti a quelli dettati dalla stessa vita di Gesù e che Mt chiama istigazione di satana (cfr. Mt 4, 8-10).

Il potere dei discepoli sta nell’agire con fermezza, apertura, donazione di sé a favore di chi è succube dei propri limiti e della pressione delle strutture sociali inadeguate allo sviluppo della dignità personale. I discepoli (dodici o apostoli) non hanno “dignità politico-istituzionale” ma partecipano della responsabilità che è di Gesù stesso. Cos’è più importante un anello al dito e una mitra in testa o la consapevolezza di far parte della stessa missione di Gesù? I discepoli sanno che sono chiamati a liberare, sostenere, educare: tutti. Perché tutti sono “la nazione santa” (cfr. prima lettura: Es 19, 2-6). Non a caso la Colletta alternativa di oggi rimanda alla dignità e responsabilità di tutti: “O Padre, che hai fatto di noi un regno di sacerdoti e una nazione santa, donaci di ascoltare la tua voce e di custodire la tua alleanza, per annunciare con le parole e con la vita che il tuo regno è vicino”. Solo più avanti gli “undici” saranno tali perché “testimoni” anche del risorto e inviati a battezzare (con formula trinitaria e postuma: cfr. Mt 28, 19-20). Ma questo è un altro capitolo… Che poi le missioni e i ruoli sono differenziate questo è altro. La gioia della predicazione e della condivisione della missione di Gesù è di tutti.

A tutti i cristiani è data la gioia e la responsabilità di sentirsi investiti di quei “sentimenti” di Gesù e del suo “potere”. Nessun cristiano è escluso dalla possibilità di occupare il proprio posto nella comunità, di stabilire relazioni interattive, di far dono di sé nella reciprocità e gratuità, di migliorarsi e migliorare, di valorizzare le differenze anche istituzionali e funzionali all’interno della comunità, di accogliere, di guidare…

Ricordare che “bisogna pregare per le vocazione e per i vescovi” sarà pure doveroso ma rischia di disinnescare totalmente il messaggio di oggi: ciascun discepolo è investito del “potere del regno”. Così è responsabilizzato nel doversi formare e crescere curando la propria disponibilità verso l’altro.

L’invito è quello di passare da “essere affranti” a essere “pronti”. Due atteggiamenti soprattutto bisogna abbandonare: il non trovare pace in nulla e aspettare che i vescovi facciano tutto. Al contrario, bisogna educarsi ed educare a dare un senso profondo ad ogni azione compiuta per e dentro la comunità. E quel senso nasce dalla partecipazione alla missione di Gesù: portare tutti all’amore del Padre ad ogni costo avendo il gusto di essere presenti nella comunità cristiana e nella società.

Sarebbe troppo facile “pregare perché il padrone mandi operai…”. Il “padrone” può fare da sé… ma vuole coinvolgere tutti quelli che lo seguono così da creare in loro stessi responsabilità, profondità e gioia (cfr Salmo responsoriale: Sal 99).

L’operaio è anche il singolo discepolo. L’invito a “pregare” per Gesù è un invito chiaro a fare e a partecipare con convinzione e motivazione profonda, non è un invito a rimandare al “padrone” né agli “apostoli” la responsabilità: non è questa l’intenzione della pericope. Gesù vuole che ci si renda partecipi delle sue stesse azioni: lui che ha agito per il bene di tutti (cfr. seconda lettura: Rm 5, 6-11).

Allora, per favore, non predicate oggi solo della responsabilità dei vescovi o dei futuri preti o non fermatevi solo a quello...

Non è questa l’intenzione della Liturgia della Parola di oggi…

 

 

 

 

 

 


Commenti

Post popolari in questo blog

Se “theologia gaudia beatorum amplificat”

I "castighi" dell'atto di dolore: confondere formule, tradizione e coscienze

Necessità dell’unità ecclesiale e oscurità della categoria di “atto invalido”