Codici e formazione: circa una Comunicazione dell’Ufficio liturgico di Napoli

 






Umberto R. Del Giudice

 

Tra due giorni la fine del Campionato di Calcio di Serie A; si avvicinano ulteriori festeggiamenti per la città di Napoli.

All’uopo, l’Ufficio Liturgico dell’Arcidiocesi di Napoli ha emesso una Comunicazione ricordando che, nella consapevolezza che la festa ha assunto variegate espressioni di gioia, i casi in cui anche durante la liturgia, «che ha una sua natura propria ed un suo linguaggio simbolico», si sono rivelati come inopportuni gesti e atteggiamenti di festeggiamento. Da una certa «ilarità e anche una comprensibile “partecipazione”» si è passati ad «una riflessione sulla loro opportunità e liceità». La preoccupazione giuridica della comunicazione (si parla di liceità) lascia però il posto ad una più squisitamente “liturgica”.

Il testo continua e ricorda che «ogni luogo deve conservare il suo codice verbale e simbolico: come non può essere eseguito un canto liturgico dagli spalti dello stadio, o esporre un’immagine sacra al centro del terreno di gioco, o far indossare una stola ai calciatori, così risulta altamente inopportuno intonare cori da stadio durante o al termine della messa, o esporre scudetti e altri simboli calcistici nell’area presbiterale, o portare sciarpe e bandiere durante la processione offertoriale, etc.».

In altre parole, canti, emozioni, gesti, azioni, non sono intercambiabili tra riti diversi. L’aula liturgica è luogo di identità ecclesiale; non è un luogo non-luogo, indifferente. Come a casa tua non fai la doccia in salotto o la cena nello stanzino.

Una breve riflessione conduce non tanto a giudicare le persone che manifestano la loro fede sportiva da cattolici o da ministri; si tratta di verificare processi di formazione alla e nella fede. La confusione che è emersa in queste settimane nei tentativi di giustificare e avallare la “confusione simbolica” è davvero sconcertante.

Alcuni tentativi di giustificazione: (con parroco in paramenti all’interno dell’aula liturgica…) «era finita la messa…»; «la Chiesa si deve modernizzare»; «il canto è liberatorio»; «la canzone parla della vita»; «il parroco ha messo lo Scudetto sul portone della Chiesa, non dentro»… e tante altre. Su tutte una posizione che davvero manifesta la poco sensibilità tanto alle questioni storiche quanto a quelle liturgiche e fenomenologiche: «i riti cambiano coi tempi, quindi è normale...». È una frase giusta in sé: se non fosse vera non avremmo il passaggio epocale tra Vetus Ordo e Novus Ordo e non avremmo neanche i possibili adattamenti regionali e locali. Ma è una posizione falsa rispetto alla dinamica del rito in sé; è una posizione che non dice nulla rispetto al fatto che se i riti cambiano non vanno confusi con livelli che non sono sovrapponibili: il religioso è religioso come lo sportivo è sportivo; né si possono confondere i banchi liturgici con gli spalti da stadio.


Sebbene vada ricordato che nel rito confluiscono almeno una dozzina di codici verbali e non verbali, è anche vero che nelle manifestazioni sportive, così come in altri ambiti (opera, teatro, manifestazioni civili e militari, eventi, danza…) sono presenti gli stessi codici comunicativi, ma non si confondono mai decisamente.

Le argomentazioni di chi non riesce a vedere la confusione dei codici denuncino una grave lacuna di formazione ai codici e soprattutto a quelli simbolici.

In modo particolare, la mancata formazione ai codici liturgici di molti ministri nasce dal fatto che alcuni percorsi di liturgia sono impostati in modo dogmatico (gli effetti ecclesiali del sacramento e delle liturgie) o con derive giuridiche (cosa si può o cosa non si può fare). Se tanto la sacramentaria quanto il diritto liturgico abbiano precipui scopi e ambiti di competenza imprescindibili, dall’altra ridurre la formazione liturgica questi soli aspetti è oltremodo limitato. Si sovrappongono livelli e contesti senza accorgersi di confondere gli uni e gli altri.

Il rito va compreso per ciò che è: il contesto simbolico in cui si dice l'indicibile. In questo senso, va considerato il “simbolo” in quanto tale. Il simbolo parla, trascina, crea... Ma parla se i contesti sono opportuni: altrimenti confondo, diventono confusi e insignificanti. La fede da stadio non è quella religiosa. Per questo canti, emozioni, gesti, azioni, non sono intercambiabili. Cè un rimando non sovrapponibile.

Tempo fa ebbi a che fare con un ministro ordinato che continuava a “spezzare la particola” durante il racconto consueto delle preghiere eucaristiche. Allo “spezzò il pane” letteralmente spezzava l’ostia. Poi ne prendeva un’altra alla fractio, ovvero all’Agnello di Dio, oppure non ne prendeva nessuna da spezzare. Non sono riuscito a fargli capire che la narrazione secondo la dinamica simbolica della celebrazione non corrispondeva alla frazione che invece era rimandata ad un’azione propria che parlava da sé, appunto con la “fractio” posticipata e distinta dal condice verbale.

Le mentalità oggettive e soggettive per le quali il rito “è una semplice prassi e tutto è da capire prima o fuori” (mentalità oggettiva e intellettuale) oppure il rito “è quello che provo io, il resto non conta”, sono i limiti di una formazione che non tiene conto della liturgia come evento immersivo e fontale per la fede e troppo tesa all’intellettualismo, oggettivo (e dogmatico) e soggettivo (spiritualistico).

Questi limiti sono evidentissimi in quei fedeli che non hanno poi una formazione teologica ma che sono affidati a coloro che hanno una buona formazione storia e sociologica della liturgia ma non altrettanto sufficienti competenze e abilità per comprendere che formarsi al rito è lasciarsi formare dal rito stesso. Manca la pratica simbolica. Manca la mentalità. Manca una formazione non esclusivamente intellettuale.



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Questo il testo completo:


UFFICIO LITURGICO

prot. 43-2023-ULD

COMUNICAZIONE

Il clima di festa che ha avvolto la Città di Napoli (e non solo) nell’ultimo mese, all’indomani della vincita del campionato di calcio ottenuta della squadra cittadina, ha coinvolto tutto il nostro popolo con variegate espressioni di gioia, accompagnate dai segni esterni che addobbano ogni angolo di strada. Spesso, però, la festa si è voluta esprimere anche all’interno delle nostre chiese, in molti casi durante la liturgia, che ha una sua natura propria ed un suo linguaggio simbolico che non può e non deve essere alterato in alcun modo.

Molti gesti e atteggiamenti, eseguiti durante le celebrazioni delle ultime domeniche (spesso anche in concomitanza della celebrazione dei sacramenti), e che sono visibili in rete, suscitano dapprima ilarità e anche una comprensibile “partecipazione”, ma immediatamente dopo lasciano il passo a una riflessione sulla loro opportunità e liceità, se non addirittura, in alcuni casi, un senso di sgomento e disorientamento.

Ogni luogo deve conservare il suo codice verbale e simbolico: come non può essere eseguito un canto liturgico dagli spalti dello stadio, o esporre un’immagine sacra al centro del terreno di gioco, o far indossare una stola ai calciatori, così risulta altamente inopportuno intonare cori da stadio durante o al termine della messa, o esporre scudetti e altri simboli calcistici nell’area presbiterale, o portare sciarpe e bandiere durante la processione offertoriale, etc.

La distinzione che deve esserci tra la celebrazione liturgica e la festa sportiva non vuole mortificare la felicità incontenibile per il risultato raggiunto, ma anzi educare alla gioia vera, che viene solo dall’incontro con Cristo, nostra unica speranza.

Alla luce anche delle numerose segnalazioni che sono giunte all’Arcivescovo e su suo diretto mandato, questo Ufficio raccomanda fraternamente e calorosamente a tutti i sacerdoti di essere prudenti, moderati, sobri durante le celebrazioni liturgiche, evitando assolutamente di snaturarle introducendo segni, canti, simboli che non esprimano direttamente il mistero pasquale di Cristo che celebriamo. Non mancheranno momenti e luoghi diversi da quelli ricordati per unirci alla gioia della nostra gente.

In comunione.

Napoli, 2 giugno 2023


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