Il (mio mezzo e buono) secolo breve

  



13 gennaio 1973,

13 gennaio 2023.

Cinquantanni di unevoluzione in cammino.





 

Carissimi,

sono cinquanta compiuti.

Il mio tempo passato mi potrebbe apparire più lungo del mio tempo futuro. Ma non mi curo del tempo che passa; non mi preoccupa. Provo piuttosto ad avere “cura di me”.

Imparare e (re-)imparare dalla vita. Non che bisogna partire sempre da “0”: assolutamente no. Le esperienze ci modificano, ci modellano, ci identificano: siamo ciò che abbiamo fatto. Il nostro “principio” sono le nostre “azioni”, le nostre mani, i nostri piedi, i nostri occhi, le nostre orecchie. Ciò che abbiamo visto, udito, ciò che abbiamo camminato (si può dire?...) ci rendono quel che siamo. Ma molto dipende anche da come abbiamo udito, visto, camminato, toccato.

Un avventore e uno chef non avranno la stessa reazione e non impareranno le stesse cose dalla stessa pizza!

Siamo ciò che abbiamo vissuto e il modo in cui abbiamo vissute le esperienze e abbiamo voluto viverle. Da tutto questo impariamo. E la libertà nell’imparare consiste nel non aggrapparsi ad esse. La libertà è prendere il “meglio e il buono di tutto” e “guardare avanti” senza essere confinati nel passato né fuggire verso il futuro.

Allora l’età cos’è? È il tuo tempo pieno; è presente; e il presente è totalità che ti conduce ad un domani da costruire, da inventare, da solidificare, da vivere. Fosse anche l’ultimo domani. L’importante è che tu sia deciso, anche nel dubbio; ma teso, come un arco. 

Tu sei del tempo e il tempo è tuo. Puoi imparare dal tempo o puoi solo lasciarlo scorrere. Dipende da te. Puoi imparare dal tempo, coi tuoi 'sì', coi tuoi 'no', ma anche coi tuoi 'forse'.

Ha scritto Octavio Paz: «La libertà non è una filosofia e neppure un’idea: è un movimento della coscienza che ci porta, in certi momenti, a pronunciare due monosillabi: Sì e No. Nella loro brevità, istantanea come la luce del lampo, si dipinge il segno contraddittorio della natura umana» (Octavio Paz, L’altra voce; or. La otra voz, 1990).

A questo aggiungerei che tra i due monosillabi ('sì' e 'no') la libertà e la sincerità ti propongono un’altra parola: “forse”. Imparare a vivere il dubbio come ricerca, fa parte della libertà ed è moralmente utile, più del solo 'sì' e del solo 'no', purché ci sia ricerca, tensione, voglia di conoscere e di rendere chiarezza; e voler fare chiarezza anche dopo aver sbagliato: questa è libertà.

E nel tempo ho cercato di imparare. Questo sempre.

Cosa ho imparato?

Ho imparato che è bello volere la felicità degli altri e la propria, senza gelosie.

Ho imparato che tutti possono essere dono e qualcuno può essere ostacolo alle libertà.

Ho imparato che gli ostacoli possono essere trampolini.

Ho imparato a dire “ti voglio bene”.

Ho imparato ad accettare i “ti voglio bene”, senza paura un giorno di deludere.

Ho imparato a esprimere quel che sento, anche la rabbia, in modo costruttivo.

Ho imparato ad aspettare l’alba.

Ho imparato a ridere e a far ridere.

Ho imparato a chiedere.

Ho imparato a riconoscere i miei bisogni fisici, emotivi, intellettuali, sociali, spirituali.

Ho imparato a dire “no, grazie”, “sì, grazie” e “forse, grazie” senza condizioni; e ho imparato anche a dire “sì” solo per far piacere senza tranciare la mia libertà, anzi, ritrovandola più grande.

Ho imparato a non fuggire.

Ho imparato a tacere ma anche ad affrontare chi parlava troppo e a sproposito.

Ho imparato a ragionare senza la pretesa di capire sempre tutto.

Ho imparato a soffrire anche nel corpo.

Ho imparato a guarire (perché per guarire bisogna pure imparare…).

Ho imparato a piangere e ho imparato ad asciugare lacrime senza parole.

Ho imparato a suonare, a cantare, a far suonare e a far cantare, e a divertirmi con la musica.

Ho imparato a leggere per capire anche testi di cui credevo non condividere neanche una parola.

Ho imparato a scrivere con un tenore accademico, e ho imparato a scrivere senza quel tenore e senza la pretesa di dover per forza dire cose intelligenti ma solo per comunicare.

Ho imparato ad essere tenero dopo le mie rigidità.

Ho imparato che un telefono, quando è usato per comunicare anche solo velocemente, è un’arma potente, più di una lancia scagliata: e tutto ciò che serve per comunicare e comunicarsi serve per avvicinare.

Ho imparato a tralasciare le rigidità senza mortificare la serenità della ricerca sincera e puntuale.

Ho imparato a dialogare, riuscendo anche a trovare nuove idee o comunque a rivalutare le mie.

Ho imparato che le relazioni sono importanti ma anche che ci sono relazioni non fondamentali ed altre pericolose, almeno per me.

Ho imparato che per essere felice devi essere libero.

Ho imparato che non sempre la felicità va di pari passo con le libertà che gli altri ti assicurano perché spesso nessuno riesce a custodire la tua libertà, e quando ti custodisci nella bontà e lotti per la verità senza far male, sei libero.

Ho imparato che la libertà non serve per starsene isolati ma per rimanere se stessi per star bene con gli altri e far del bene agli altri.

Ho imparato a dire la verità ma anche a non dirla tutta per evitare di appesantire chi mi ascoltava. Ma la verità va sempre detta, in un modo o nell’altro. Non va mistificata: mai. A partire da sé.

Ho imparato a dirmi la verità, o almeno ciò che ne percepivo in fondo al cuore.

Ho imparato a stare coi piedi per terra ma anche a prendere a calci porte chiuse: e ho imparato ad entrare in quelle aperte e ad abbandonare quelle chiuse, senza rancore.

Ho imparato a stare coi piedi per terra, ma ho imparato anche che coi piedi si possono tirare calci a un pallone, perché coi piedi per terra si vive, ma se quei piedi tirano calci a un pallone si vive divertendosi, muovendosi: i corpi si muovono, così vivono.

Allora ho imparato che si può vivere coi piedi per terra ma muovendosi.

Così, ho imparato che c’è sempre da imparare, senza per forza iniziare da '0'; o magari da '50'.

E soprattutto ho imparato a dire “grazie”: a 'me', a 'te', a 'voi', agli 'altri', a 'Lui'.

Grazie.


Umberto

 

 



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