Ministero e potestà tra “plurale ecclesiale” e “persona Christi”




Ministero e potestà tra “plurale ecclesiale” e “persona Christi”. 
In brevis. Quando le azioni parlano e sei costretto a scrivere col telefonino un post... 




Umberto R. Del Giudice



L’odierno Responsum della Congregazione della dottrina della fede chiarisce che la formula del (potremmo chiamarlo) “plurale ecclesiale” invalida il sacramento del battesimo. Potremmo derivarne che anche altri sacramenti sarebbero invalidi se amministrati con una formula al plurale. Non si può assolvere con un “noi (Chiesa che ti accoglie e ti perdona) ti assolviamo”, né con un “noi ti ungiamo” nel caso dell’unzione degli infermi.
La Congregazione ricorre opportunamente alla tradizione e spiega: “quando uno battezza è Cristo che battezza”, riprendendo in modo particolare le riflessioni del Vescovo di Ippona.
Questo rimando, come anche quello a Tommaso, non deve far sorgere un “pregiudizio fatale”: che sia “Cristo stesso” non significa né che il ministro debba essere un maschio né che debba essere per forza investito del settimo sacramento. Com’è ovvio (anche se da alcuni post sui social appare il contrario) può essere anche un non battezzato ad amministrare il battesimo purché lo faccia secondo le intenzioni della Chiesa e con la formula giusta “io ti battezzo…”, al di là della formula trinitaria (oggi presente nel rito) o cristologica (“io ti battezzo nel nome di Gesù”, com’è attestato per i primi decenni della Chiesa antica). 
A ben vedere ci sarebbe un’altra piccola ma non insignificante questione. Al di là della dottrina e della teologia, la realtà ci dice che ad agire è una sola persona. Il livello fenomenologico dice che sola una persona “immerge/effonde” l’acqua, il segno di croce, l’unzione… In quell’azione unica si riflette, si rende presente, si realizza l’azione fatta da Cristo stesso… 
Le azioni parlano ed insegnano come quando ti accorgi che è complicato scrivere un post articolato usando solo un mezzo che non ti dà la stessa immediatezza di cui sei abituato. Ecco, le azioni insegnano, abituano, formano la mente perché sono più vere di quanto si possa sospettare ed accettare. 

Da qui altra cosa è riflettere sull’articolata questione della “potestà” di ordine o di governo. Ma questa è altra questione. Bisogna imparare dalle azioni e non dalle teorie sulla potestà. 

Concludendo, la tradizione ci consegna una straordinaria ricchezza sottoforma di riflessioni talvolta articolate con presupposti teologici e filosofici forse troppo lontani e che sicuramente vanno ripresi alla luce della sapienza cristiana. La tradizione non è ripetere filosofie o teologie ma è comprendere e ridire la sapienza cristiana al di là dei pregiudizi.
La risposta di oggi aiuta a chiarire la relazione che c’è tra verità dell’azione e verità dottrinale pur nei limiti di una rilettura strettamente dogmatica.


Aggiornamento ore 17,15
Un amico mi ha fatto notare che il vero problema sarebbe l'invalidazione del battesimo. Qui non entro nella questione giuridica poiché il concetto di invalidità è un concetto giuridico non teologico.
Tuttavia, da considerare come dato della tradizione è il fatto che l'azione venga posta da una persona e quindi l'uso della prima persona singolare corrisponde alla realtà dell'azione rituale. E si badi "dall'azione rituale" non dalla sua simbologia o analogia... Da qui dovremmo partire per riflettere su ministero ordinato, autorità, ministerialità.

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