I “miei” papi e il saluto di Bergoglio




Ecco le mie esperienze riguardo le elezioni dei pontefici di cui ho memoria.

Da questi ricordi oggi riesco a trarre molto. Il modo in cui sono stati eletti i papi e il modo in cui sono venuto a conoscenza dell’investitura del loro ministero petrino mi hanno molto aiutato a riflettere su di me e sulla mia esperienza ecclesiale.




Umberto R. Del Giudice




Era un venerdì mattina quando mio padre, che era solito ascoltare la radio preparandosi per la giornata, con meraviglia comunicò a mia madre la morte del papa. Avevo cinque anni. Non capivo bene quel che succedeva. Dopo qualche mese quella figura per la quale i miei genitori rimasero sconvolti per l’improvvisa morte, fu sostituita (nel ministero) da un giovane e atletico cardinale polacco. Iniziai così a percepire che vi era una figura che chiamavamo “papa”.
Quella persona vestita di bianco di cui tutti ormai parlavano, era apprezzata per le sue doti comunicative e per la sua bella presenza.
Fu così che Giovanni Paolo II divenne “il mio papa” per tutti gli anni avvenire.
Ho pianto alla sua morte e ho avuto la fortuna di sostare davanti alla sua salma per almeno un’ora. Per me quel Papa era il simbolo di una Chiesa forte, bella, nuova: non riuscivo però a capire che l’immagine di una comunità ecclesiale rinnovata, ragionevole, entusiasta la mutuavo più dallo studio della teologia, e in modo particolare dallo studio dei documenti del Concilio Vaticano II, che dai contenuti delle encicliche del Papa stesso.
Oggi riconosco che Giovanni Paolo II è stato un pontefice importante, coraggioso, unico, non solo perché il suo pontificato è stato tra i più longevi della storia della Chiesa, ma anche perché è stato capace di comunicare e relazionarsi al “popolo” con franchezza e carità. Questo bisogna riconoscerlo pur nella consapevolezza che Giovanni Paolo II rimane uno dei “padri” del Concilio e quindi anche capace di essere, dal punto di vista della dottrina e delle strutture ecclesiali, molto, forse troppo, legato al tempo preconciliare.
Della morte di Giovanni Paolo II seppi mentre con alcune amiche ero in auto tra Firenze e Napoli: ci fermammo a Roma. Riuscimmo a recarci intorno alle 22 (a pochi minuti dalla morte, dunque) in piazza San Pietro. Il clima era surreale. Mi sembrava di aver perso una parte di vita ecclesiale: come se da quel momento la chiesa si fosse divisa, sgretolata.

Anche il successore del papa polacco era un “padre” conciliare: papa Benedetto XVI, infatti, fu perito al Concilio.

Ero a Napoli e mi trovavo in una parrocchia: ricordo che fu chiesto ai parroci di suonare le campane a festa.
Erano circa le 18 del pomeriggio.
Fui sorpreso dal nome del nuovo papa: non mi aspettavo che fosse eletto Ratzinger.
Avevo letto, studiato, da teologo e da fedele gli scritti del Ratzinger teologo, cardinale, prefetto della Congregazione: avevo sempre voluto approfondire i suoi temi e la sua impostazione.
E gli anni a seguire furono per me un misto tra filiale riverenza e perplessità.
Poi le sue dimissioni.

Del periodo di "sede vacante" ricordo poco.

Ricordo bene però il mercoledì 13 marzo 2013.
Quel giorno ero in un Vaticano letteralmente chiuso. Ero lì per questioni personali ma attendevo, ovviamente, notizie dal conclave. Il mio interlocutore mi disse che i telefonini erano inattivi perché tutto lo Stato pontificio era stato schermato.
Mi faceva anche cognomi di possibili “papabili”…
Ci lasciammo così, con brevi considerazioni.

E mentre ero in treno verso Napoli, sul telefonino, ormai lontano dalla “schermatura elettromagnetica vaticana”, appresi, poco dopo le 19, della “fumata bianca”.

Alle 20,24 di quella sera il nuovo papa si affaccia dalla loggia delle benedizioni della basilica di San Pietro.

Lo vedo “live”.


E le prime parole diventano illuminanti: «Fratelli e sorelle… Buonasera!». Ecco papa Francesco: uomo delle istituzioni (“fratelli e sorelle…”) ma anche deciso a stare con gli altri (la breve pausa dopo i vocativi…) e un pastore che si sente partecipe del popolo e non sopra al popolo (“buonasera!”).
Ecco il Papa di cui ho ora esperienza: uomo della gerarchia che ben conosce la tradizione ma che ha deciso di essere dalla parte del popolo, anzi dentro il popolo. Lui lo sa: il “popolo siamo noi” chierici e laici (per rimandare ad una tradizionale distinzione). E questo lo ha imparato in modo speciale dal Concilio Vaticano II, di cui lui è il primo pontefice “figlio”.
Guardandomi attorno, in questa quaresima surreale, credo sia doveroso ringraziare il Papa per questi anni di pontificato nella consapevolezza che viviamo in un periodo in cui la Chiesa cattolica sta facendo passi avanti, considerando la propria tradizione, e che, al tempo stesso, debba continuare a essere ordinata e gerarchica (“Fratelli e sorelle…”), meditare, riflettere attentamente (la pausa del Papa è esemplare) e decidere sempre perché tutto il “popolo” si senta e sia figlio del Concilio Vaticano II.

Grazie, caro papa Francesco.

e... "buonasera" a tutti.

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