Molteplicità, universalità e abbondanza della chiesa




Molteplicità, universalità e abbondanza della chiesa

In principio fu il Concilio; ed esplose la questione sulle strutture della chiesa. "Strutture", al plurale: quindi, molteplicità delle forme particolari da cui trasparisca l'ordine abbondante in cui la chiesa universale può realizzarsi.



Umberto R. Del Giudice






«Nel Concilio Vaticano II è esplosa la questione sulle strutture della chiesa che poi in seguito, senza la forza trainante e unificante del collegio dei Vescovi nel Concilio, è spesso dilagata, nel discorso dei teologi o dei fedeli, in dirompente discussione […].
a) La prima cosa che si deve dire nei riguardi di questo nuovo approccio è che si parla di “strutture” (al plurale) e con questo si vuole palesare e specificare che la chiesa è una realtà stratificata e quindi non è esprimibile nello schema di un’unica forma naturale di società […].
La chiesa è una comunità che per la sua finalità e la sua natura è stata fondata da Dio stesso per tutti gli uomini “da tutte le tribù e lingue, popoli e nazioni” […]; quindi la molteplicità delle forme umane di società e di comunità deve essere tenuta presente, accettata e riconosciuta se si vuole che trasparisca l’ordine nell’abbondanza di questa “chiesa” destinata a tutta l’umanità». J. Auer – J. Ratzinger, La Chiesa. Universale sacramento di salvezza, Assisi (PG) 1988, 128 [or.: Die Kirche. Das allegemeine Heilssakrament, Regensburg 1983].

Sono queste le parole condivise e scritte da Ratzinger (come coautore!) a quasi vent’anni dalla promulgazione della Lumen gentium.

Noto subito un certo tono "magisteriale" lì dove la "questione" circa le strutture della chiesa sarebbe dilagata tra i teologi (e i fedeli) senza la "forza trainanate e unificante del collegio dei Vescovi". Sicuramente un concilio deve avere tale forza, ma non bisogna neanche dimenticare che anche il Concilio Vaticano II non avrebbe avuto la stessa forza senza il costante lavoro dei teologi che già da anni lavoravano ad alcuni temi. Penso ai vari movimenti: biblico, patristico, liturgico, ecumenico...

Ma vorrei soffermarmi su un'affermazione per me, ora, centrale.

Ho riportato in neretto quelle parole che, a mio avviso, dovrebbero destare attenzione nella misura in cui sono forti e decisive. Un modello di chiesa, infatti, non è comprensibile come univoco e assoluto. Per questo, “tradizione latina” più che intendere un’unica forma teologica, pastorale, spirituale, liturgica dovrebbe intendere un'unità sostanziale rispetto alle forme che condividono l’unica radice “occidentale”, legata, cioè, in qualche modo alla “originale", ma non "originaria", forma rituale latina.
Per altro, “rito latino” è un’espressione che si è andata formando a partire dalla liturgia (innovativa e romana) che si è sviluppata con l'innovazione della lingua latina rispetto ai “riti orientali” che conservavano il greco. Ma è bene ricordare anche che “rito latino” in origine non identificava un solo “rito”. Vi erano, per citarne alcuni, quello ispano-mozarabico, aquileiano, beneventano, eusebiano, gregoriano, otrantese, ambriosiano (tuttora vigente seppur iuxta modum); molte tra queste tradizioni usavano fondamentalmente il latino come lingua liturgica, ma non le identiche forme né la stessa disciplina.
Man mano piacque uniformare tutti i riti a quello “romano”, quello del “papa”: così il “rito latino” pian piano divenne “il rito occidentale” (e questo prima della modernità...). Con la liturgia venne unificata sempre più anche la disciplina; et voilà: rito latino sta per “patrimonio della chiesa di Roma” il che significa patrimonio “occidentale”. Ma questo patrimonio teologico, spirituale, liturgico, disciplinare è stato spalmato su tutte le regioni ecclesiastiche (non solo occidentali) tranne in quelle in cui era stato salvaguardato (nonostante le spinte unioniste più radicali) il patrimonio delle chiese orientali (cattoliche) che contano tutt'oggi ben cinque tradizioni e una ventina di chiese sui iuris.

Alla luce di tutto questo, la tradizione “latina” si può dire troppo “romana” e poco “universale”.
Non sarebbe difficile immaginare un unico Codice di Diritto canonico i cui canoni riguarderebbero la sola Chiesa latina (CIC, can. 1) ma con diverse possibilità "regionali" con un'attenzione alla molteplicità delle esperienze che la codificazione non poteva prevedere. Insomma, potrebbe essere prevista un'articolazione disciplinare, liturgica, pastorale, molteplice, proprio come attesta il Codice dei canoni delle Chiese orientali.

Si sa, o almeno lo dovremmo sapere bene, che "ius sequitur vitam": perché allora non cogliere e valorizzare le diverse vite delle comunità ecclesiali nelle differenti (e lontane) regioni ecclesiastiche? Perché non pensare diverse realizzazioni e molteplici modelli dell'unica chiesa latina? Basta la sola paura che poi "si farebbe anche da noi così"? Assolutamente no. Il vero problema è che quel "noi" ha esportato un modello di chiesa che non ha davvero corrisposto alle esigenze delle regioni ecclesiastiche lontane e che forse non corrisponde più neanche alle esigenze europee.

Aggiungo una semplice impressione: in alcune regioni ecclesiastiche, lì dove la cultura non è molto scossa dal dialogo secolare tra istanze laiche/laicistiche e chiesa o ha poca (se non nessuna) storia filosofica, la "dottrina cattolica più tradizionale e tradizionalista" è risultata essere un sicuro appiglio, un ancora di salvezza, una soluzione intellettuale di unica forza e performatività, una luce pura.

Ma la sensazione è che la tradizione cattolica latina debba ancora imparare ad uscire dalle proprie sicurezze (?) culturali per cogliere le ricchezze della fede, della carità, della comunione, del mistero vissute e sperimentate dalle comunità locali, da quelle chiese particolari in cui appare tutta la chiesa cattolica (cfr. LG, 23; J. Ratzinger, Il nuovo popolo di Dio. Questioni ecclesiologiche, ed. 5, Bologna 2019, 234-235 [or.: Das neue Volk Gottes. Entwürfe zur Ekklesiologie, Salzburg-München 1970]).

La molteplicità sarebbe una ricchezza e una forma ecclesiale di sana tradizione "affinché ciò che è particolare, non solo non pregiudichi l'unità, ma piuttosto la serva" (LG, 13): e quando il Concilio parlava di chiese particolari e il rispetto della loro tradizione, perché dovremmo intendere solo le chiese particolari orientali?

In realtà il Concilio intende ogni chiesa particolare "nella quale è veramente presente e opera la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica" (Christus Dominus, 11). Perché i canonisti o i teologi hanno paura di ricordarlo?

Si attende, dunque, che la molteplicità delle forme di comunità, ovvero la ricchezza delle chiese particolari, venga considerata, accettata e riconosciuta...


Commenti

Post popolari in questo blog

Se “theologia gaudia beatorum amplificat”

I "castighi" dell'atto di dolore: confondere formule, tradizione e coscienze

Necessità dell’unità ecclesiale e oscurità della categoria di “atto invalido”